Murakami Haruki (seconda parte)

“Mi piacciono le cose che si vedono quanto quelle invisibili.”

E’ la frase, quasi ad inizio libro (siamo a pagina 5), messa in bocca alla ragazzina Marie, deuteragonista e complice del pittore/ritrattista che è l’attore principale del romanzo (scrive in prima persona e non sapremo mai il suo nome), frase che può essere intesa come una vera e propria dichiarazione d’intenti.

A me piace moltissimo Murakami, e lo ribadisco dopo aver letto (divorato), come mi ero ripromesso, anche L’ASSASSINIO DEL COMMENDATORE (libro 2) “Metafore che si trasformano”, mentre il precedente aveva come sottotitolo “Idee che affiorano”.

IDEE e METAFORE, appunto, che c’erano anche negli altri romanzi di Murakami che ho letto, ma qui, in questo secondo dittico (il primo era 1Q84), si va ancora oltre.

Qui, le IDEE, da “nozioni che la mente si forma o riceve di una cosa reale o immaginaria” (secondo l’accezione Treccani), non solo “affiorano” ma prendono vita (fuor di metafora) nel senso che diventano personaggi (estratti e usciti fisicamente da un quadro mefistofelico) con i quali il protagonista del romanzo finisce per convivere, interagire e dialogare in quella che può essere definita una sorta di esplosione finale di mondi paralleli dove la vicenda si immerge dopo aver raccontato e descritto (nella prima parte, all’inizio) tutto un mondo normale (bè, quasi).

No, non racconto la trama perché non voglio privare il piacere di scoprire la vicenda a chi non conosce il romanzo e vorrà leggerlo, pertanto mi limito ad accenni e a qualche indizio su quelle che sono state le mie interpretazioni e le suggestioni derivate da un’opera così complessa e ammaliante.

Per esempio (detto qui sopra delle “IDEE che affiorano”), relativamente alle “METAFORE che si trasformano” (quasi a chiudere il cerchio di un andamento circolare del narrato come in certe musiche predilette dall’autore), dico soltanto che in questa seconda parte ho trovato “pozzi/buche, forre, caverne” e una “discesa agli inferi” che sfiorano l’horror, ma anche atmosfere alla ALICE di Lewis Carroll, veri e propri riti di passaggio nella piccola eroina che sarà il motore di molte pagine prima di una conclusione che lascerà molte cose in sospeso a noi lettori e molti interrogativi al protagonista sulla sua vicenda personale che ha dato inizio al romanzo, ovvero il banalissimo tradimento della moglie.

E’ sicuramente vero che Murakami un po’ si ripete narrando realtà a metà tra sogno e introspezione come se la vita fosse uno specchio multidimensionale (c’è un po’ di Philip K. Dick? per me sì), e abusando di tòpoi quali i misteri ricorrenti legati a episodi bellici vissuti da alcuni dei suoi personaggi (ne L’ASSASSINIO la presa di Nanchino e una congiura antinazista a Vienna con i loro risvolti tragici, ne L’UCCELLO CHE GIRAVA LE VITI DEL MONDO il vecchio e misterioso veterano di guerra, in KAFKA SULLA SPIAGGIA i ragazzi traumatizzati dal passaggio di un aereo nel 1944), ma per me è come ritrovare un amico bravo nell’affabulare e che ti costringe ad ascoltarlo.

Ho letto critiche non tenere in proposito, e, fra le altre (se non ricordo male), quelle del suo più acerrimo antagonista, il Premio Nobel Kenzaburō Ōe, ma insomma è logico e giusto che Murakami possa anche non piacere, difficilmente però lascia indifferenti.

Confesso: gli 1Q84 (libro 1 e 2) mi sono piaciuti di più, per una maggior vivacità di trama e per le tematiche più vicine al fantastico (weird) che personalmente prediligo (fra l’altro adoro i manga con i ninja e gli altri orpelli che in quei due libri non mancavano, inclusi certi rimandi thryller a Raymond Chandler e l’apparizione di due lune in cielo, quasi un omaggio alla SF che non ho idea se Murakami ami o meno ma sarei portato a dire di sì).

L’ASSASSINIO DEL COMMENDATORE deborda altrettanto se non di più, ma qui Murakami mi è parso indulgere nello specchiarsi (e forse spocchiarsi) nella sua scrittura, così precisa, capillare, dettagliata (forse troppo) nel descrivere certi passaggi non essenziali (e secondo me qui ce ne sono) che alla fine risultano noiosi e tuttavia imperdibili perché c’è tutto un utilizzo di similitudini – non manzoniane – che per alcuni critici sono vezzi (o malvezzi) ma che per me diventano dei quasi aforismi e te ne innamori (due per tutte che cito: “… sulla faccia la solita espressione infastidita, quella di un gatto a cui viene portata via la ciotola mentre sta mangiando”, “… non me lo vedevo proprio, Menshiki, al volante di una Prius. Era come immaginare un leopardo mangiare una salade niçoise”).

Al di là di questo – critiche altrui e preferenze mie personali – a me Murakami convince e avvince con la sua capacità di sorprendere.

Anche in questo dìttico c’è uno spunto originale che diventa portante ed è l’attenzione alla “ritrattistica”. “Cogliere l’espressione è il mio mestiere”, dice il protagonista che vive dei proventi della sua professione disegnando volti su commissione (ha un agente). Già questo incuriosisce (è una moda precipuamente giapponese? no, forse no, basta andare in Place du Tertre a Parigi dove anch’io ho fatto fare il ritratto ai miei figli quand’erano piccoli da un artista di strada) e motiva la passione (mia personale) per questo aspetto della pittura. E Murakami mi risponde rivelando come nasce e si sviluppa la coesione fra chi disegna un volto e la persona che viene raffigurata: fisionomia e psicologia, tratti somatici e ricerca dell’espressione dell’individuo e della sua natura, compreso il riuscire a fissare nell’effigie un giudizio morale sulla persona ritratta, scegliendo un particolare atteggiamento da immortalare, un gesto, un’espressione. Bè, ho letto e riletto le molte pagine in cui si parla di questo processo, con voluttà, perché trovavo spiegazioni “narrate” meglio di quanto non potessi trovarne in un saggio.

E poi Murakami è anche bravo quando parla di sesso (altro elemento ricorrente nella sua opera) e lo fa spesso con intermezzi (toccate e fughe) sanguigni, hard(enti), però mirati, come nell’amplesso con la moglie fedifraga, un congresso carnale lungo e prolungato che in definitiva avrà un risvolto finale quasi miracolistico (e si resta in dubbio, con lui, se sia trattato di realtà o di sogno).

Come succede anche in KAFKA SULLA SPIAGGIA (anch’esso letto da poco) nell’ ASSASSINIO c’è una sessualità potente ed espressiva con l’utilizzo di tutti gli ingredienti dello spartito, da quello erotico (allusioni, sospensioni…) a quello pornografico duro e puro (deflagrazioni…).

E ancora, sempre tornando al Murakami “autore”, mi piacciono le sue pagine zeppe di dialoghi (anche questo secondo libro ne abbonda) che lì per lì paiono insensati, zeppi di indovinelli (vedasi i discorsi surreali con la ragazzina, appartenenti quasi ad una realtà introspettiva piuttosto che realmente accaduta), ma sono rivelatori, e mi piace soprattutto il loro dipanarsi e concludersi con le formule obbligatorie di quella cortesia che è parte integrante dell’estetica nippo, ovvero le “buone maniere” che ce lo riportano alle sue radici (cioè del prima di coltivare i miti della nostra cultura, pop e classica).

Così come mi piacciono le digressioni/divagazioni nei territori della quotidianità: dalle cibarie (soba, tempura, tofu, miso, tsukemono e l’immancabile saké, ma il suo protagonista se ne va anche a mangiare in un ristorante italiano, antipasto di prosciutto crudo, insalata di asparagi, spaghetti all’astice), al wiskey (il Chivas e il single malt dell’isola di Islay/Jura famosa per aver ospitato George Orwell quando scriveva 1984), alle automobili (Prius e Corolla, Subaru, Jaguar e Volvo con menzione dei numeri di serie e della cilindrata per non farsi mancar niente) e infine anche lo sport (calcio, baseball, golf).

Idem come sopra (anche se già detto nel mio precedente articolo) per le citazioni colte che evidentemente fanno parte del suo patrimonio (ma anche nostro) e che sollecitano l’attenzione di chi legge (almeno a me succede).

E qui, nell’ASSASSINIO, si va da quelle “letterarie” con I DEMONI di Dostoevskij, gli UOMINI VUOTI di T. S. Eliot, Jane Austen e le opere di autori giapponesi (di cui vorresti saperne di più), a quelle “musicali” con i classici, da Richard Strauss (Il cavaliere della rosa, considerato il suo apogeo) a Liszt, Debussy, Chopin e con il pop, da Billy Holliday a Bob Dylan (Nashville Skyline), dai Doors (Alabama song) a Huey Lewis e i Duran Duran (“gente così”, definisce quest’ultimi), da Debby Harry (French kissin’ in the USA) fino al boss Springsteen (The river) e la sua E street band. Ah, per inciso, non mncano nemmeno gli accenni al cinema, con il CAVALIERE OSCURO di Christopher Nolan e SENZA UN ATTIMO DI TREGUA di John Boorman (e qui menziona anche Lee Marvin, ma non Angie Dickinson… e mi delude).

Che Murakami sia un melomane con i fiocchi (come il Kubrick sul versante cinema) risulta chiaro: il potere e la bellezza della musica come mezzo comunicativo risultano spesso centrali nei suoi romanzi, succede ad esempio in KAFKA SULLA SPIAGGIA (letto anch’esso da poco) dove il titolo stesso deriva da una piéce da camera che Tamura Kafka ha ascoltato su un disco (in particolare il Trio dell’Arciduca per archi e pianoforte di Beethoven, usato più volte come metafora).

Prese le dovute distanze, a me succede che, leggendo Murakami, ho come la sensazione di ascoltare Lang Lang (che è cinese, sì, ma insomma siamo da quelle parti) che suona il piano regalandoci interpretazioni magistrali di Schubert, Liszt, Beethoven, Mozart ecc. (su you tube andate a vederlo suonare La Campanella di Liszt e lo dico – ed è un rimando – perché la “campanella” è un vero e proprio elemento catalizzatore ne L’ASSASSINIO DEL COMMENDATORE). Non ho parlato di Lang Lang a caso, bensì perché siamo in presenza di uno che sa e osa spettacolarizzare il suo estro pianistico come nessuno, e a me pare che Murakami sappia fare altrettanto con la sua narrativa (ed è per questo, probabilmente, che entrambi sono molto criticati oppure amati).

Per me è come una partitura sfogliare pagine dove si susseguono rimandi/agganci (riconoscibili o meno che siano) a letture, ascolti, visioni che fanno rivivere le emozioni provate leggendo libri, ascoltando musica, vedendo film e, aggiungerei, viaggiando (Murakami descrive luoghi – qui la montagna e le foreste di Odawara che fanno da cornice all’ambientazione del libro – con una tal vividezza che rimangono impresse nella memoria come certi posti che hai visitato… io le chiamo memorie sensoriali).

Infine, per finire con paragoni e accostamenti, a me Murakami ricorda moltissimo Quentin Tarantino con quella sua vertigine/manipolazione di tempi/linguaggi utilizzata in PULP FICTION (per me il suo capolavoro, film/invenzione dove la scena Z era la più vicina alla scena A), per non parlare di INGLORIOUS BASTARDS con il quale ci ha regalato un’ucronia che riscrive letteralmente la storia raccontando un attentato mortale a Hitler e Goebbels collocato nell’unico luogo per lui possibile e cioè una sala cinematografica.

Ma no, prima di chiudere davvero, mi tocca far presente (da cinefilo innamorato della settima arte) che già nel precedente pezzo avevo accennato alla “foresta” cornice del plot e ai richiami che mi aveva suscitato (LA FORESTA DEI SUICIDI e JUNKAI, film apprezzati anche da Claudio (Battaglini) e che questo mi è ancora successo con la “buca rotonda nel bosco”, che accoglierà più di un personaggio del libro, un “pozzo” che mi ha fatto tornare alla mente THE RING, il film di Gore Verbinski con Naomi Watts, remake di quello precedentemente diretto da Hideo Nakata, entrambi tratti dal romanzo omonimo di Kōji Suzuki, tutti e tre fra i più terrorizzanti e inquietanti che abbia visto/letto. Lì, in quel “pozzo”, si inizierà e concluderà la “discesa agli inferi” di cui ho detto: non ne emergeranno terribili fantasmesse come in THE RING, tutt’altro, anzi il pittore/ritrattista uscirà allegoricamente redento da quella “buca scura che si apre nel terreno, evocatrice di un organo sessuale femminile, a simboleggiare la memoria e il desiderio inconscio dell’autore” (che ha fatto il disegno di quella “buca” dopo averla scoperta, gli è venuto bene e ne parla come se si aspettasse le reazione dei critici sempre pronti a interpretare e capaci di scrivere “idiozie del genere”… e questa, consentitemi, è una chiusa alla Murakami).

Per chiudere ringrazio e cito ancora Claudio (Battaglini) che mi ha confidato: “1Q84 mi ha letteralmente assorbito. Forse non me ne sono ancora staccato adesso…”.

Bene, lo invito caldamente a immergersi e a farsi “assorbire” da quest’ultimo Murakami.

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