Alle radici del planetary romance ovvero Big Planet di Jack Vance

Copertina di “Startling Stories” (settembre 1952) firmata Walter Popp

Glystra walked a little way into the swamp, testing the footing. The round boles, ash-gray overlaid with green luster, prevented a clear vision of more than a hundred feet, but so far as Glystra could see, the ground was uniformly black peat, patched with shallow water. If sight was occluded horinzontally, vertically it was wide open; indeed, the upward lines of the trees impelled the eyes to lift along the multitudinous perspectives, up to the little blot of sky far above. Walking gingerly across the black bog, Glystra felt as if he were two hundred feet under water, an illusion heightened by the flying creatures, which moved along the vertical aisles with the ease of fish. Glystra saw two varieties: a long electic-green tape with filmy green wings along its body, rippling through the air like an eel, and little puffs of foam drifting with no apparent organs of locomotion.

 

Quarta di copertina dell’Urania Collezione n. 66 “L’odissea di Glystra”:

Una marcia di quarantamila miglia, una volta e mezza il giro della Terra: ecco che cosa si trova davanti Claude Glystra, inviato dalla Terra a indagare sul Pianeta Gigante e subito ridotto alla condizione di pellegrino da un misterioso attentato. Glystra e i suoi foschi compagni (tra i quali si nasconde certamente una spia nemica) non hanno nemmeno una mappa dello sterminato territorio che devono attraversare. Sanno soltanto che il Pianeta Gigante raccoglie da secoli i fuorilegge, gli avventurieri, gli anarchici, i dissidenti e i ribelli di ogni specie e di ogni razza, e che il viaggio sarà pieno di meraviglie e di stranezze, ma anche di insidie, trappole e pericoli mortali.

 

Copertina dell’Urania #177 (maggio 1958) firmata Carlo Jacono

Settembre 1952, sulla rivista Startling Stories, all’epoca curata da Samuel Mines, vide la luce Big Planet (it. L’odissea di Glystra o Il Grande Pianeta) di Jack Vance. La medesima opera sarebbe stata pubblicata in volume dalla Avalon Books nel 1957, sebbene in versione abbondantemente rimaneggiata.

Dalla copertina del magazine, su cui l’artista newyorkese Walter Popp raffigurava una bella fanciulla in costume arlecchinesco nel bel mezzo di una sparatoria a suon di raggi mortali, il lettore non poteva intuire che stava per leggere qualcosa destinato a mutare il corso se non della fantascienza almeno di un suo ramo specifico. Infatti fu proprio con questo romanzo che Vance diede, a sua insaputa, un forte impulso al genere del planetary romance, “filone della narrativa fantascientifica che ambienta le avventure su un pianeta diverso dalla Terra e come tema generale si concentra sull’esplorazione e la scoperta delle meraviglie di questo pianeta esotico e spesso primitivo” (fonte Wikipedia).

Scritto dopo un lungo soggiorno a Posillipo, al termine di un viaggio in Europa che Jack e la moglie Norma avevano intrapreso alla fine degli anni ’40, Big Planet rappresenta un modello di riferimento per molti scrittori dei decenni successivi.

In precedenza i mondi alieni erano stati, per la maggior parte, semplici palcoscenici, più o meno pittoreschi, dove ambientare avventure rocambolesche, secondo lo stile tanto amato di Edgar Rice Burroughs. La letteratura fantastica della prima metà del XX secolo è disseminata di mondi desertici, in stile marziano, o lussureggianti, come ci si immaginava fosse Venere. Poca o nessuna attenzione veniva posta al wordbuilding: non solo piante e animali ma anche le società e le civiltà incontrate in questi lavori servivano soprattutto a stupire il lettore, a evocare misteri e sentimenti di paura o sorpresa. Ma difettavano, sempre o quasi, di logica e credibilità.

Con Vance il pianeta diventa il vero protagonista. Più che le peripezie di Glystra e del suo gruppo di naufraghi, a catalizzare l’attenzione del lettore sono le civiltà umane che nel giro di mezzo millennio dalla scoperta si sono sviluppate sul Pianeta Gigante, sotto la calda luce del sole Phedra. Lo scrittore californiano crea un modello di planetary romance che avrebbe riscosso un successo duraturo, basti pensare alla corposa saga di Majipoor firmata Robert Silverberg, o, più vicino a noi, all’enorme pianeta dove è ambientato il romanzo Il gioco degli immortali (1999), del compianto Massimo Mongai. Probabilmente senza l’opera del menestrello di San Francisco anche l’epocale Dune (1965) non avrebbe visto la luce, almeno nella forma sotto la quale lo conosciamo oggi: proprio dal 1952 Frank Herbert iniziò a frequentare abitualmente casa Vance, instaurando con Jack un’amicizia destinata a durare una vita.

Copertina dell’edizione Underwood-Miller (giugno 1978) firmata Stephen Hickman

Il mondo descritto nel libro è semplicemente gargantuesco, tanto vasto quanto povero di metalli e quindi a bassa densità, con una gravità paragonabile a quella terrestre, dal clima mite e accogliente; luogo ideale per ospitare gli insoddisfatti della tecnologia, i rivoluzionari, gli eremiti e in generale tutte le comunità stravaganti e anticonformiste. Non a caso i primi ad aver colonizzato questo mondo benevolo sono stati, nella fantasia del grande Jack, gruppi di nudisti alla ricerca di un luogo dove vivere liberamente e, soprattutto, senza vestiti. Una tipologia di pianeta che ritroveremo spesso nei romanzi ambientati nell’Oikumene e nella sua evoluzione successiva, la distesa Gaeana: mondi posti al di fuori delle frontiere costituite dalla legge terrestre, luogo di coltura ideale per il fiorire di un’infinità di civiltà complesse, tutte orgogliosamente e a volte assurdamente legate alle proprie regole e tradizioni. Le uniche cose a rimanere invariate nello spazio e nel tempo sono la cocciutaggine, l’eccentricità e, a volte, il ridicolo, elementi presenti in tutte le civiltà umane.

Vance si diverte a immaginare un pianeta popolato da strani culti, da culture estreme, da idealisti ma anche da esaltati di ogni tipologia. L’autore americano si dimostra abile nel dipingere un quadro affascinante, ricco di popoli strani e civiltà esotiche, a volte ispirate a quelle terrestri, a volte originali ed eccentriche. C’è persino un caso di società utopica, all’apparenza aristocratica ed esclusivista ma in realtà intimamente egalitaria, incarnata nella città di Kirstendale: caso pressoché unico nell’intera produzione vanceana, dove più che i pregi vengono sottolineati, esasperati e spesso sbeffeggiati i difetti delle comunità umane.

Copertina Classici Urania #86 (maggio 1984) firmata Karel Thole

Se una riflessione si vuole fare, nell’ambito non solo di quest’opera ma dell’intera produzione di Vance altrimenti pensata per il puro intrattenimento, è che lo sviluppo storico della razza umana, sin dalla preistoria, non è altro che una successione di follie e fanatismi che, per colpa dell’ignoranza, sono stati presi troppo sul serio. Di conseguenza abbiamo avuto una storia costellata da drammi, guerre e olocausti. Come nota Davide Mana, grande appassionato ed esperto di fantascienza, gli alieni in tutta la produzione di Vance saranno sempre pochi e incomprensibili, e l’alienità, quando compare, è quasi sempre frutto dell’evoluzione culturale. Il Pianeta Gigante non sfugge a questa regola e anche qui la dignità umana, l’unico valore persistente nell’universo di Vance assieme all’amore, non è un diritto ma va conquistata e difesa, con ogni mezzo a disposizione. E finalmente il lettore assiste, in un ambito squisitamente fantascientifico, a combattimenti all’arma bianca dettati non da anacronistiche regole cavalleresche o per amor del genere cappa e spada, come accadeva sul Mongo di Flash Gordon o sul Barsoom di John Carter, bensì dalla carenza di metalli e di strumenti sofisticati che costringe gli abitanti di questo incredibile mondo a un forzata arretratezza tecnologica.

La trama, come in altri lavori del periodo (tipo The Diying Earth o The Five Gold Bands), ha una struttura a mosaico: più che da uno sviluppo lineare e omogeneo, prende forma dalla somma di una serie di episodi legati assieme da brevi intermezzi. L’elemento che dà coerenza al tutto, secondo la grande tradizione della narrativa d’avventura, è il tema del viaggio. In questo caso la meta è rappresentata dal lontano avamposto terrestre dopo che l’astronave che trasportava i protagonisti si è schiantata sul pianeta a causa di un sabotaggio. Ad arricchire la storia c’è la presenza certa, nel gruppo di superstiti, di un traditore.

I vari personaggi, compreso il protagonista Claude Glystra, mancano di un’approfondita introspezione psicologica, a tratti appaiono stereotipati nella loro caratterizzazione e molti sono poco più che semplici comparse. Forte è la tendenza alla polarizzazione del bene e del male in estremi, diversamente da altre opere dove prevalgono posizioni più sfumate, meno manichee. Ad esempio, la figura del perfido Charley Lysidder è semplice e ben poco sfaccettata se paragonata a quelle dei Principi Demoni dell’omonima serie, molto più articolate e complesse. Anche i dialoghi difettano della verve e dell’umorismo che contraddistinguono altre opere. Non è da escludere che Vance, relativamente giovane e non ancora legato indissolubilmente allo stile barocco dei decenni successivi, abbia optato nella stesura di questo testo per una prosa semplice e commerciale, più vicina ai gusti in quel momento dominanti del popolare curatore John W. Campbell jr.

Ma la reale forza del romanzo sta nelle descrizioni dei grandi paesaggi, nelle invenzioni degli indigeni per sopperire alla penuria di metalli (una su tutte la monolinea), nelle elaborate forme sociali che si sono evolute autonomamente, per non parlare dei colpi di scena e delle avventure picaresche che comunque non mancano e scandiscono la trama sino all’ultimo capitolo. Panorami immensi si distendono dinanzi il lettore, in una vivida successione d’immagini, con una ricchezza di tinte cromatiche unica nel panorama della letteratura fantascientifica. L’autore riesce a dare l’impressione che dietro i personaggi e i luoghi descritti esista una realtà brulicante di vita, colma di meraviglie e di misteri che attendono solo di esseri scoperti.

Sparsi nell’opera si avvertono echi del già citato Burroughs, di Clark Ashton Smith, e soprattutto di Catherine L. Moore. Non meno importanti furono le esperienze personali di Vance, persona che fu sempre amante dei viaggi e curiosa delle altre culture, anche molto lontane da quella statunitense. Una fonte inesauribile di spunti e idee.

Copertina Urania Collezione #66 (luglio 2004) firmata Franco Brambilla

Da segnalare la storia delle edizioni nostrane: la traduzione di Hilia Brinis (del 1958) per Mondadori e quelle di Massimo Puggioni (1990) ed Elena Gigliozzi (1997) per Fanucci non sono dell’edizione originale del 1952, bensì della versione del 1957, nonostante che dal 1978 Big Planet fosse stato ripubblicato nella forma uncut dalla Underwood-Miller. Solo nel 2008, con il numero 66 di Urania Collezione, L’odissea di Glystra viene presentato nella sua interezza; in questo caso è stata utilizzata la traduzione di Hilia Brinis, integrata e corretta.

Copertina edizione Spatterlight Press (febbraio 2017) firmata David Russell

A proposito di tagli, Big Planet per l’edizione del 1957 venne sottoposto a tanti e tali interventi da far scrivere all’esperto vanceano Patrick Dusoulier l’articolo: “Big Planet, Big Scissors…” (uscito su Cosmopolis 25, aprile 2002, pubblicazione che raccoglie il materiale critico prodotto per la Vance Integral Edition tra il 1999 e il 2006), che analizza la gran quantità e la qualità delle ingerenze dell’editore, volte sia a ridurre il testo sia a purgarlo dei riferimenti troppo espliciti a sesso e nudità. Chi fosse interessato a leggere in inglese Big Planet nella stesura originale può oggi procurarsi facilmente l’edizione curata dalla Spatterlight Press (casa editrice degli eredi di Vance) e pubblicata nel febbraio 2017.

Lavoro per vari aspetti acerbo, pieno di spunti che lo stesso Vance avrebbe poi sviluppato in altre opere (cicli di Tschai e Durdane in primis), Big Planet conserva comunque un fascino senza tempo agli occhi degli appassionati della fantascienza d’annata, una lettura raccomandata se si vuole abbinare divertimento e scoperta delle origini di tanta produzione successiva.

Nel 1975 Jack Vance sarebbe anche tornato sul Pianeta Gigante, ambientandovi il divertente Showboat World (it. Il mondo degli Showboat), sempre fedele alla missione di un’intera vita, quella di intrattenere il lettore…

 

… the fuction of fiction is essentially to amuse or entertain the reader. The mark of good writing, in my opinion, is that the reader is not aware that the story has been written; as he reads, the ideas and images flow into his mind as if he were living there. The utmost accolade a writer can receive is that the reader is incognizant of his presence.

 

Per le edizioni italiane di Big Planet si consulti la pagina relativa del catalogo Vegetti:

http://www.fantascienza.com/catalogo/opere/NILF1079107/l-odissea-di-glystra/

 

Bibliografia utilizzata:

Chuck MILLER – Tim UNDERWOOD (a cura di), Jack Vance (Writers of the 21th Century), 1980.

Jack RAWLINS, Demon Prince: the Dissonant Worlds of Jack Vance, 1986.

“Vance, Jack”, in The Encyclopedia of Science Fiction (a cura di John Clute e Peter Nicholls), II edizione, pp. 1264-1266, 1993.

Giuseppe LIPPI, “Il grande planetario di Jack Vance”, in L’odissea di Glystra, 2008, pp. 231-235.

Jack VANCE, This Is me, Jack Vance! (Or, More Properly, This Is I), 2009.

Michael MOORCOCK, “Foreward”, in Big Planet (Spatterlight Press), pp. i-iii, 2017.

 

Link utili:

https://jackvance.com/

http://www.vanderveeke.net/foreverness/index.htm

https://www.sfsite.com/08b/bp87.htm (a cura di Nick GEVERS, 2000)

http://www.infinityplus.co.uk/nonfiction/bigplanet.htm (a cura di John GRANT, 2002)

https://en.wikipedia.org/wiki/Big_Planet

https://it.wikipedia.org/wiki/Planetary_romance

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