La fine di tutte le cose, di China Miéville

Ci sono molti milioni di londinesi, e la stragrande maggioranza non sa niente di quell’altro territorio, la città dei trucchi magici e delle eresie. I milioni di giornate comuni di quelle persone non sono più comuni di quelle dei maghi. Le dimensioni della città visibile sovrastano quella del perlopiù invisibile, e quell’invisibile non è il solo posto dove ci sono cose stupefacenti.

(trad. di Annarita Guarnieri)

 

“In una Londra tetra e indecifrabile, Billy Harrow, studioso di cefalopodi, guida i visitatori all’interno del Museo di Storia Naturale, dove è ospitato un raro e impressionante esemplare di Architeutis dux, meglio noto come Calamaro gigante. Nessuno può immaginare quello che sta per accadere, l’evento che avrebbe cambiato per sempre l’esistenza di chi vi avesse assistito: quando il calamaro svanisce nel nulla prima dell’arrivo di Billy e dei visitatori, ogni spiegazione razionale appare subito vana. Come Billy avrà presto modo di scoprire, quel prodigio non è altro che una manifestazione delle lotte che si stanno consumando in una città avvolta da una coltre impenetrabile di segreto e mito, che si scopre popolata da creature magiche e crudeli, le cui origini si perdono nei secoli e negli anfratti bui del mistero. In nome di quale dio tutto ciò sta avvenendo? Qual è il fine ultimo di coloro che si apprestano a cancellare per sempre ogni traccia di umanità?”

 

Finalmente dopo quasi dieci anni di attesa l’appassionato italiano può leggere la traduzione (curata ottimamente da Annarita Guarnieri) di Kraken. An Anatomy ovvero La fine di tutte le cose, romanzo pubblicato da China Miéville nel 2010.

Chi scrive ha ritrovato in questo libro tutti gli elementi caratteristici del talentuoso scrittore di Norwich, in primis una fantasia prodigiosa esposta con una prosa sofisticata e accattivante. Lo stile peculiare non sempre è di facile approccio ma ha il pregio di sostenere e trainare una trama esuberante e imprevedibile, ricca di colpi di scena che travolgono la moltitudine di personaggi, umani e no. A fare da sfondo a tutto ciò una Londra molto vicina, se non è proprio la stessa, a quelle conosciute in opere precedenti, come nel romanzo d’esordio di Miéville Un regno in ombra (King Rat, 1999) o nella storia per ragazzi Il libro magico (Un Lun Dun, 2007). E, in tutti questi casi, viene naturale il confronto con quelle che sono le opere che hanno affascinato e ispirato Miéville, ovvero la saga dei Borrible, firmata dal compianto Michael de Larrabeiti (1934-2008), e soprattutto Nessun Dove (Neverwhere, 1996) di Neil Gaiman.

Proprio con il capolavoro di Gaiman il paragone è più calzante, e non solo per le bizzarre, cupe atmosfere londinesi che il lettore si ritrova a inalare: per fare un esempio, la micidiale coppia Goss & Subby riecheggia l’altrettanto ferale duo gaimaniano Croup & Vandemar. Casomai La fine di tutte le cose si distingue per l’impronta politicizzata, per la denuncia delle situazioni di sopruso e pregiudizio, nonché per un interesse verso gli aspetti sociali della religione, tematiche ricorrenti lungo tutta la carriera dello scrittore inglese. Dove, se non in un romanzo del vulcanico Miéville, si può assistere a un’agitazione sindacale dei “famigli” contro i soprusi dei maghi o, addirittura, a una vera e propria rivoluzione degli schiavi nell’Aldilà egizio?

Tanti gli elementi ricorrenti e cari a Miéville che ritroviamo in La fine di tutte le cose, vere e proprie firme d’autore: dai golem (anche immateriali) agli esseri umani sottoposti a modifiche strutturali (come i “rifatti” di New Crobuzon), per non parlare dei numerosi riferimenti alle civiltà orientali e antiche, anzitutto quella egizia. E come non notare che i cittadini della Londra visibile spesso si comportano nei confronti del mondo magico e misterioso che li circonda né più né meno come gli abitanti di Besźel fanno con quelli di Ul Qoma in La città e la città (The City and the City, 2009), preferendo “disvedere” piuttosto che mettere in crisi la finzione di realtà, pacifica e tranquilla, in cui vivono.

La complessità di La fine di tutte le cose sta nella molteplicità delle reazioni che suscita nel lettore: si passa dal compiacimento per un prodotto assieme raffinato e bizzarro al godimento più immediato per un racconto pieno di sottotrame, tutte indistintamente avventurose. Siamo davanti quindi a un prodotto intellettuale complesso, fruibile su più piani: una specie di gioco cerebrale che coinvolge il lettore come solo il creatore del Bas-Lag e di mille e una Londra, con pochi altri colleghi, riesce a fare.

China Miéville da sempre si attira lodi ma anche critiche e sospetti e il lettore può, legittimamente, non apprezzarlo. La maggior parte delle sue opere non è di facile classificazione, compreso questo La fine di tutte le cose, ascrivibile al mare magno del new weird. Ma le etichette sono di per sé riduttive e spesso traggono in inganno, almeno in campo letterario.

 

China MIEVILLE, LA FINE DI TUTTE LE COSE (Kraken. An Anatomy, 2010), trad. di Annarita Guarnieri, Fanucci, collana Narrativa, pp. 499, 2019, prezzo € 20,00 (ebook € 4,99)

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