Dhalgren. Un’isola di caos e anarchia, di Samuel R. Delany

C’era una volta un caro amico di chi scrive che, in una serata di birra e chiacchiere di fantascienza e horror, portò con sé uno zainetto con dentro il romanzo Dhalgren, pubblicato nel 1975 dallo scrittore newyorkese Samuel R. Delany.

Lo zainetto cambiò (momentaneamente) proprietario, e con esso il suo contenuto. Fu così che mi trovai a leggere un libro molto, molto particolare.

Quello che mi accingo a fare è scrivere solo due righe, ovvero raccontare quelle che sono state le mie sensazioni, senza la velleità – né la capacità – di fare un’analisi dettagliata. Credo che altri prima di me ne abbiano scritto, e dubito di poter aggiungere elementi nuovi.

La lettura non è agevole, per molti motivi. La mole del libro è notevole e, nonostante io sia un lettore veloce e vorace, mi sono promesso di tenerlo con tutte le cure possibili: questo ha voluto dire potergli dedicare la sola lettura serale e comunque in ambito domestico. Non era certo il caso di portarlo (come abitualmente faccio) in giro al mattino sui mezzi pubblici, per leggerlo durante il viaggio: si sarebbe potuto rovinare, dando un dispiacere ad un amico. Va poi detto che non volevo appesantire troppo lo zaino (il volume nell’edizione Fanucci del 2005 sfiora le 900 pagine).

Non saprei definire Dhalgren come fantascienza; oggi potrebbe per certi versi essere inserito in un contesto weird, ma questo per me non è un elemento ostativo. Nella mia vita di lettore mi sono posto un obiettivo, ovvero leggere bei libri. Volendo spiazzare il lettore (qualora ce ne sia uno che mi legga, e gliene sarò grato) così come fa Delany, anticipo subito la mia impressione: questo è un romanzo che deve essere letto, ma con una mente aperta.

Dhalgren esula dai soliti romanzi del genere: l’autore ha volutamente lasciato solo un alone, una parvenza o meglio un profumo di fantascienza. A mio modesto giudizio, quest’opera deve essere vista come una realizzazione stilistica, come un tentativo (per me riuscito) di esplorazione narrativa. II romanzo è spiazzante e non si può leggere come tanti altri. Si deve procedere con la mente e l’immaginazione libere da pregiudizi, pronte a mettersi in gioco. L’autore utilizza le parole con grande abilità ma soprattutto manipola la storia in maniera spregiudicata, spezzandola in più punti oppure troncando di netto una situazione in pieno svolgimento. Salvo poi ripartire a scrivere seguendo un nuovo filo narrativo.

Volendo fare “un gioco” che coinvolga gli eventuali lettori, chiedo uno scambio di idee e pensieri su alcuni elementi che mi hanno particolarmente colpito:

Nel romanzo Kid, il protagonista umano (perché i protagonisti, a mio giudizio, sono due: uno è Kid, l’altra è ovviamente la città stessa), non si ricorda il suo nome, e questo è uno dei motivi (o l’unico motivo?) per cui si reca a Dhalgren.

Kid non si fa problemi a dichiararsi bisessuale: Delany sottolinea questo orientamento sessuale per descrivere sia la complessità del suo carattere, sia i caratteri dei suoi due amanti, che incontra in città nel corso dell’esplorazione.

La città toglie e la città dà: i suoi cittadini non devono lavorare, possono trovare da mangiare (magari non molto) e da bere (quello senza problemi), possono dormire all’aperto, in un parco, oppure occupare una casa libera. Ma nel contempo, la città è un luogo opprimente, senza luce del sole, dove non è certa la propria incolumità. E’ come una madre che, solo parzialmente, si prende cura dei propri figli. Ma è concepibile come una madre, questa città?

La mia ultima considerazione la rivolgo al quaderno che Kid trova nel suo girare per la città. Un quaderno che ha una funzione ben precisa, scritto solo a metà, nelle cui pagine vuote il protagonista comincerà a scrivere le sue poesie. Tale scrittura produce dolore: una vera e propria ferita da cui, al posto del sangue, sgorgano parole. Perché Kid è l’unico poeta in città al quale viene stampato il libro? Che senso ha la poesia a Dhalgren?

Concludo queste mie brevi considerazioni tornando a suggerire la lettura di questo romanzo così particolare, per non dire unico. Sarete sicuramente stupiti dal mondo che Delany ha creato.

2 Risposte

  1. Antonello Perego ha detto:

    Che mi dici Andrea, lo inizio? Leggerò dopo la tua recensione.
    Grazie.

    • Andrea ha detto:

      Antonello, sappi che è una lunga lettura. Devi essere aperto e disponibile ad entrare nel “gioco” dell’autore, nel suo esercitare una scrittura particolare.
      Come scrivo nella recensione, non ci sono elementi fantascientifici, la cosa importante è lasciarsi portare dalla città, da Kid e da Delany.

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