Fornace, di Livia Llewellyn

I libri sono proibiti, come lo è la musica e ogni forma d’arte. Devi imparare a trovare storie nel vento, conoscenza nel tuono e nella pioggia. Non potrai più annotare i tuoi pensieri, i tuoi piccoli diari e le lettere stracciati e bruciati. Ogni trasgressione sarà pagata a lui con un dito, che metterà in una bottiglia di vetro ed esporrà sulle pareti della nostra camera. Non ti è permesso di toccare queste bottiglie o tirarle giù. Passeranno i secoli, e guarderai la foresta di dita che hai perduto e sono ricresciute e hai perduto di nuovo, senza tempo e perfettamente conservate nei loro reliquiari trasparenti. Non necessarie, inutili, sostituibili. Imparerai che è ciò che siamo. Questo sarai tu.

(trad. di Elena Furlan)

 

Quarta di copertina: Dopo gli oscuri recessi di Obsidia in “Profondità”, torna Livia Llewellyn con la sua raccolta di racconti più importante, quattordici storie che si insinuano nei più profondi e torbidi meandri dell’essere umano, con una prosa oscura, commovente e disturbante, come una lama che affonda nella carne, in un cruento e sensuale viaggio sulla scia di autori quali Edgar Allan Poe, Clive Barker e Caitlín R. Kiernan.

 

Sono rimasto assolutamente sorpreso (per non dire spiazzato) da questa antologia di Livia Llewellyn, autrice originaria dell’Alaska già conosciuta con il romanzo breve Profondità (Her Deepness, 2010) che si riallaccia, in chiave moderna e originale, ai cosiddetti Cthulhu Mythos. Fornace presenta al lettore (ignaro) quattordici racconti oscuri, sconcertanti, spesso disturbanti; una carrellata di incubi e allucinazioni (anche pornografiche) in cui bellezza e, soprattutto, mostruosità si fondono. I protagonisti si muovono in ambienti inquietanti, miscele di sogno e realtà; ma quello che colpisce maggiormente, ed è forse la cifra stilistica propria di quest’opera, è che gli esseri umani compaiono nelle vesti di semplici marionette, assolutamente succubi degli eventi e non tanto privi del libero arbitrio quanto del tutto ignari dell’universo, marcio e rivoltante, che li circonda.

Lettura non facile a causa di storie sfuggenti, atmosfere soffocanti e malate che trasmettono disagio in ogni pagina. Non siamo lontani dai territori letterari del grande Thomas Ligotti (unico paragone che mi viene in mente), ma con una propensione al criptico e al non detto ancora più accentuata. Un plauso alle Edizioni Hypnos e ad Andrea Vaccaro per una scelta così coraggiosa (e probabilmente destinata a suscitare pareri contrastanti) nonché alla traduttrice, la brava Elena Furlan, per aver portato a termine brillantemente un lavoro non facile.

 

Livia LLEWELLYN, FORNACE (Furnace, 2016), trad. di Elena Furlan, Edizioni Hypnos, collana Modern Weird (#7), pp. 243, 2018, prezzo 16,90 €.

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