Caccia selvaggia, di Mariateresa Botta

Ho letto CACCIA SELVAGGIA, il racconto di Mariateresa Botta e sono rimasto più che piacevolmente sorpreso perché mi ha risvegliato echi, memorie…

Anno 1958, avevo 12 anni quando uscì al cinema DRACULA IL VAMPIRO. Non potevo andare a vederlo perché vietatissimo (all’epoca si diceva che la gente fuggisse dalle sale terrorizzata), ma mi sarei rifatto qualche anno dopo godendomi tutta la saga con il primo e i successivi Christopher Lee/Dracula & Peter Cushing/Van Helsing. Però lessi e amai il libro di Bram Stoker divorato in un bellissimo (e rarissimo) pocket Longanesi purtroppo perduto (prestato e mai ritornato) e poi ancora in una edizione del Club Degli Editori letta e riletta (l’ultima volta pochi giorni fa dopo aver visto il remake, eccezionale!, di Coppola con Gary Oldman, visto e rivisto anche quello).

In entrambe le edizioni c’erano le introduzioni e vi si parlava del personaggio storico che aveva ispirato il romanzo, quel Vlad (Draculesti) detto Tepes, ovvero “l’impalatore” in rumeno, e delle sue terrificanti imprese.

Adolescente intrigato (innamorato perso di Edgar Allan Poe e della sua BERENICE, primo testo “vampirico” da me letto senza forse neanche aver capito del tutto l’ossessione per i denti che era la fonte di ispirazione del racconto, ma in seguito, sì, avrei compreso…), feci ricerche e imparai il più possibile di quelle vicende e di quel personaggio, sfogliando enciclopedie (ahinoi, non c’era ancora Wikipedia), compulsando testi storici alla biblioteca Nazionale, e imparai il molto che c’era da sapere su quel periodo e sui suoi protagonisti di cui a scuola nemmeno un cenno o quasi, mentre invece valeva la pena, eccome, conoscerli.

DRACULA/Vlad entrò così a far parte del mio immaginario, e non importa che il romanzo dal punto di vista letterario non abbia una grande validità artistica, perché malscritto, francamente lento e noioso in molte parti, ma resta il fatto che la figura fantasmatica del Conte transilvano, l’ambiente che lo circonda, il suo castello con le tre vampire che seducono il malcapitato Jonathan Harker (e una di esse nel film di Coppola sarà la nostra Monica Bellucci), la Londra cimiteriale, dickensiana, e la carica di malvagità, letteraria e filmica (dopo Lee avrei scoperto Bela Lugosi e ancora oggi non so decidermi su chi sia il mio preferito) fanno presa sul lettore, restano memorabili, così come il Vlad storico, esistito, efferato come nessuno, che le cronache dell’epoca ci raccontano.

L’ho fatta un po’ lunga ma non potevo esimermi se volevo spiegare le ragioni per le quali CACCIA SELVAGGIA mi ha convinto e mi è così tanto piaciuto.

Brava questa autrice, ecco finalmente una che si documenta, che estrae dal cilindro della sua fantasia cenni e rimandi ritmati, dettagliati, contestuali e li dissemina nel suo narrato, quasi facendone i protagonisti com’è giusto che sia se si vuol rendere giustizia a un personaggio inventato ma che ha una “storia” riconosciuta alle spalle.

L’autrice ci restituisce il vojvoda di Valacchia, Vlad III, detto Tepes l’impalatore, quello vero, esistito, ferocissimo oppositore di turchi e ottomani, lo mette a confronto e in sfida con suo fratello Radu, detto “il Bello” (tanto da finire nell’harem maschile di Maometto II), ci fa sapere del soggiorno/cattività di entrambi come ostaggi in gioventù alla corte ottomana (dove Vlad avrebbe imparato le tecniche di tortura che lo avrebbero reso famoso), e ancora della liaison dangereuse di Vlad con Mattia Corvino, re d’Ungheria e di Boemia, detto “il giusto”, che lo tenne prigioniero ma poi lo liberò per averlo al proprio fianco e servirsene nel conflitto con gli Ottomani, (entrambi furono alleati e protetti del Papa in quanto da questi ritenuti defensor fidei contro le orde musulmane e questo è ancora la storia a insegnarcelo).

Il racconto contrassegna quest’episodica con rapidi tratti, senza indulgere più di tanto, ma il lungo prologo nella “residenza Corvina” delucida perfettamente il rapporto fra il monarca Mattia Corvino e Vlad, prima con la scena nel bordello con l’assassinio sadico e sanguinario di una prostituta (“l’ultima di una lunga lista”, gli rinfaccerà infuriato Corvino) e poi nei sotterranei (le “gallerie”) dove ci sarà l’incontro con l’entità malvagia (il “Conte nero”, così la chiama Vlad che alla domanda “Chi vive qui sotto?” risponderà “non sono del tutto certo che viva”), un’ “abominazione” antica, sepolta e resa reietta dall’avvento del cristianesimo e alla quale verranno infine sacrificati i militi di scorta (e che convincerà Corvino a liberarsi dell’impalatore urlandogli: “Dodici anni di raccapriccio e abominio entro le mie mura. Nel mio regno! Sono stato paziente al limite della stoltezza. Ho portato rispetto per lantico legame di amicizia che unisce la casata del Dracul alla Chiesa, ma tu mi hai ricompensato con i tuoi eccessi e la tua immonda depravazione! Adesso basta!”).

Si, basta… basta SPOILER… se non per dire che verranno pagine dove saranno messi in chiaro gli impulsi di Vlad, le sua voglie sadiche, la sua sete di sangue preannunciata da “quel sinistro pizzicore alle gengive e quella tensione famelica aggrappata alla gola” (e altrove: “Le gengive gli dolevano con insistenza e provava l’ormai familiare bisogno di affondare i denti”). No, Vlad non sfodera i canini, non è “quel” Dracula, ma ha i baffi lunghi e densi, iconici, della ritrattistica tramandataci, e l’autrice non manca di descriverceli quasi a sottolineare le differenze con l’elegante Conte vampiro di Stoker e quello dandy di John William Polidori.

E poi, in quelle pagine, oltre alla “residenza Corvina” troviamo Targoviste, la fortezza Draculesti a Giurgiu, il castello Poenari sulle sponde dell’Arges, la torre Chindia, richiami di luoghi, di nomi, che non ci sono nel DRACULA di Stoker ma che la Botta ci sciorina nel suo racconto, regalandoci squarci ferini del percorso guerresco di Vlad, descrizioni di massacri all’insegna del suo sadico ruolo di impalatore, con i comandanti nemici infilzati sugli steli più alti in omaggio al loro rango, ed è il Voivoda verace che li commise, la storia ne testimonia il numero incredibile che il racconto ci rivela: “Quanti prigionieri avete fatto?”Quattromila, Signore. Cosa volete che ne facciamo?” “Impalateli fuori dalla Porta Meridionale”, e segue la vivida descrizione: “Al posto degli alberi, una raccapricciante legione di spaventapasseri nudi e gementi che garrivano alla brezza gelida del mattino come bandiere di carne contorte dall’agonia. Vlad era dispiaciuto che il freddo dicembrino avrebbe ucciso la maggior parte di loro più in fretta del supplizio.). Bè, insomma, direi che è del tutto plausibile che Vlad sia stato l’ispiratore di Stoker nel tracciare il suo DRACULA assetato di sangue, ma è anche importante ed eccellente la scelta dell’autrice di distanziarsi da quell’archetipo per raccontarci il “suo” VLAD.

Tanto di cappello alla giovane (almeno credo) autrice di cui avevo letto solo LE LAME DELLA LUNA DI CHARONNE (una apprezzabile short story pubblicata da Delos) per la sua vena Howardiana che le fa recepire la lezione del “bardo di Cross Plains”, ovvero di immergere i suoi eroi cupi e granitici in contesti epocali accuratamente studiati (si vedano gli eccellenti racconti de IL SIGNORE DI SAMARCANDA edito l’anno scorso da Elara). Ho sempre amato Robert E. Howard, anche al di là dei suoi CONAN e KULL (per i quali il “bardo” creò una cosmogonia dedicata), apprezzandone le profonde capacità evocative ed ammirandone la profonda cultura nascosta dietro battaglie, duelli e scontri.

Chiuso l’inciso, ripeto: basta SPOILER (ne ho messi fin troppi di “virgolettati”, ne ho abusato e me ne dispiaccio), non si può e non si deve, ma c’è ben altro poi nel racconto oltre quella documentazione di cui la Botta si è bravamente servita attingendo alle fonti storiche e studiandole, ovvero il versante horror dark (chiamiamolo così) costruito sul passato (il legame col fratello Radu), sugli incubi, sul patto (demoniaco) e sulla vendetta, tutti segnali che prefigurano future mostruosità… (e magari, chissà?… un seguito?).

Ovviamente quello non va svelato e perciò leggetevi CACCIA SELVAGGIA, così capirete le ragioni del titolo.

Infine: il racconto è ben scritto con scelte stilistiche coerenti al contesto, dialoghi secchi, fulminanti, aggettivazione mai banale e lessico importante. Una chicca per tutte: “I roghi degli incendi danzavano selvaggiamente sotto il firmamento incandescente, simili a lame arancioni che si protendevano in alto nella notte per impalare le stelle.” (insomma, secondo me quell’ “impalare le stelle” è un gran bel descrivere).

Chi conosce I VAMPIRI TRA NOI, la bella antologia curata da Ornella Volta per Feltrinelli, potrà addentrarsi in tutte le sfaccettature del mito vampirico raccontato da John William Polidori (il segretario di Byron nella famosa gara con Shelley che avrebbe portato anche alla stesura del FRANKENSTEIN da parte della moglie di quest’ultimo), da Edgar Allan Poe (ovviamente BERENICE, mio preferito), da Sheridan Le Fanu (bellissimo! il suo CARMILLA), da Gogol (IL VIJ), da Dumas (LA BELLA VAMPIRIZZATA), da Maupassant (L’HORLA’), da Conan Doyle (IL VAMPIRO DEL SUSSEX), e ci sono anche il nostro Luigi Capuana (UN VAMPIRO) e ancora Théophile Gautier, Prosper Merimée i nostri amatissimi “fanta” Catherine L. Moore, Ray Bradbury ed E. C. Tubb. Io dico che sarebbe l’ora di una ristampa e che, se finalmente qualcuno si decidesse a farla, CACCIA SELVAGGIA potrebbe a buon diritto esservi incluso come new entry per le novità che vi apporta.

Chiudo qui il mio omaggio alla Botta e al suo racconto, ma non posso esimermi da una piccola nota sul tema dei succhiasangue, che l’avrete capito, amo moltissimo.

La figura del vampiro, si sa, si è evoluta in anni recenti: nei protagonisti glam rock di Anne Rice, nei vampiri fluviali del mio adorato George R. R. Martin, nei TRUE BLOOD con la Sookie sexy & hot di Charlaine Harris, negli eroi/eroine romantici della saga di Stephanie Meyer, senza dimenticare Stephen King ed il suo SALEM’S LOT (che per me resta una delle sue cose migliori). Anche il cinema le ha dato una svolta: il fiammeggiante (in tutti i sensi, vedere per credere) e bellissimo IL BUIO SI AVVICINA di Kathryn Bigelow, RAGAZZI PERDUTI di Joel Schumacher, il road movie similwestern VAMPIRES con John Woods di John Carpenter… Ma, se volete un consiglio, rivedetevi il DRACULA di John Badham con un bellissimo Frank Langella seduttore di cui tutte le donne subiscono il fascino, oppure, come ho fatto io proprio in questi giorni, quel capolavoro che è il DRACULA regalatoci da Francis Ford Coppola e, infine, se vi è sfuggito, soprattutto leggetevi il Dan Simmons de I FIGLI DELLA PAURA che ci ridà un Dracula perfetto (all’altezza dei tempi) nel dopo Ceausescu.

Per concludere davvero, un minimo di cenno sul perché, secondo me, ci piacciono così tanto i libri e i film del genere horror (e di SF e di fantasy, va da sé…), forse perché ci fanno addentrare in un immenso paesaggio psichico che ci parla di storia e di mitologia, di avventura e di politica… e di noi (che amiamo il fantastico).

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