La città dei santi e dei folli, di Jeff Vandermeer

Esco da un inizio di lettura de La città dei santi e dei folli di Jeff Vandermeer e ne esco piuttosto perplesso.

Ho iniziato subito a leggere il libro appena pervenutomi da Elara e, insomma, lette poche righe, ero già rimasto senza fiato (mamma mia, ma che scrittore è questo?…).

Sin dalla prima pagina un fraseggio quasi musicale, un orchestrato di vocaboli, un’aggettivazione di cose (ambienti, volti, sentimenti) che stupisce per gamma espressiva. Più andavo avanti e più continuavo a restare ammirato davanti a tanta facondia, alla facilità ammaliante con cui Vandermeer è capace di descrivere, senza cambiar registro (cioè continuando a fare acrobazie con vocaboli, verbi e sintassi), la sua Ambergris e la vicenda che vi si svolge (mamma mia, ma quant’è bravo questo…).

Sto parlando del primo racconto/episodio, “Dradin, innamorato” (“Dradin, in Love”, come recita il titolo incorniciato nel dipinto che lo introduce, bello, inusitato, artistico), l’unico che per ora ho letto, dove Vandermeer fa muovere un personaggio di una fissità allarmante, che definirei poeiana, nel raggiungimento di un fine, l’amore senza remore per una lei diafana che mi ha fatto subito pensare alla Berenice, alla Morella, alla Ligeia di Edgar Allan Poe.

Ne ho divorato le pagine, ho “visto” (perché la prosa è vivida) l’eroico Dradin inseguire il suo sogno nella città Santa e Folle, subire inganni, correre pericoli (una discesa agli inferi fra funghi, fanghiglie e una folla diabolicamente e macabramente festante) e piano piano avvicinarsi all’amata là in alto (lui l’ha vista fin qui solo da sotto la finestra) per dichiararle il suo amore con un regalo adatto a conquistarla e che sta cercando ma non trova.

Ma pian piano ecco insinuarsi un sospetto, un dèja vu letterario, e ho iniziato a pensare: questa roba mi dice qualcosa, almeno mi pare… non saremo mica dalle parti di un Nathaniel Hawthorne (“Rappaccini’s Daughter”), di un Theodor Amadeus Hoffmann (l’automa creato dal Dr. Spallanzani), o della mitica (per me) Catherine Lucille Moore (“Shambleau”, l’aliena letale con cui alla fine dovrà fare i conti Northwest Smith)?

Sono arrivato, presago, a fine racconto, pagina 77, e l’amata concupita da Dradin si rivela un “manichino, un artificio, un raggiro”.

D’accordo, l’avevo indovinato già a metà racconto, ma quel che ho letto mi era piaciuto, mi aveva soddisfatto (non però entusiasmato) e allora sono andato avanti, anche se mi frullava per la testa una frase scritta da Aldous Huxley, che è la seguente (o qualcosa di simile, non ricordo bene): “cade nella volgarità, nella protervia, chi carica (anzi, sovraccarica) la sua scrittura: l’equivalente di indossare un anello di diamanti su ogni dito”. E Huxley era agli antipodi di Vandermeer, uno di pochi fronzoli, uno che andava dritto al sodo (vedasi Brave New World e L’isola). E poi un’altra di Émile Zola a proposito di Verne: “che scrittore quel Jules! usa solo sostantivi” (e sapete una cosa? probabilmente Zola si sarebbe espresso così anche se avesse potuto leggere il troppo ultimamente bistrattato Isaac Asimov che scriveva tanto e “facile” facendosi leggere da tutti… epperò attenzione, io non stravedo per Asimov… semmai per Bradbury, Sturgeon, Zelazny e Ballard).

Queste citazioni qui sopra, non sono dei copia/incolla, bensì “guide alla lettura” (le chiamo così) che porto infisse nella mente da molti, moltissimi anni avendole lette in un passato assai remoto e che non ho bisogno di estrarre dal cilindro del mio PC avendole tante volte utilizzate nelle mie discussioni sui libri.

Leggo il seguito (cioè ho cominciato a leggere): “La guida Hoegbotton alla storia antica di Ambergris” (“The Hoegbotton Guide to the Early History of the City of Ambergris”), altra magnifica illustrazione introduttiva con disegno miniatura di un altro artista, bravo come quello della precedente icona (però Early è tradotto con “antica”, perché?).

E qui è cambiato tutto: un Vandermeer che diventa quasi didascalico, senza infiorettare più di tanto, sicuramente più semplice e leggibile, ma… ecco che ora mi ritrovo immerso nel resoconto delle tappe che hanno segnato la storia di Ambergris, i suoi personaggi, le loro peripezie e mi accorgo che per addentrarmi, per rapportarmi, devo continuamente far riferimento alle appendidic, ovvero 137 note finali, un glossario con una cinquantina di voci e altra roba assortita, inclusa una bibliografia di cui non mi sono messo a contare le pagine ma che sono tante, tantissime, troppe.

E il “troppo stroppia”, il “troppo annoia” e infatti, dopo averci provato, ho lasciato perdere senza molti rimpianti per frustrazione e relativa perdita d’interesse (non sono un masochista).

Certo, l’intento di Vandermeer è quello di creare una cosmogonia, meglio una “urbanografia”, ove incasellare le sue storie (non sarà mica che ha già previsto i seguiti? mi sono chiesto…) e giocoforza, in quel coacervo iperdettagliato, l’autore utilizza uno stile meno forbito, consono a quel che si prefigge (da “enciclopedia”, per capirsi, da sfogliare avanti e indietro).

Epperò è una lettura che non avvince e che annoia, perchè non ha ritmo.

Ed allora ecco un altro confronto: quello con la New Crobuzon di Perdido Street Station, altrettanto complessa se non di più, raccontata da China Mièville senza ricorrere all’armamentario messo su carta da Vandermeer (note, glossario ecc.), e cioè con rapidi tratti disseminati in un romanzo lungo e compatto (oltre 700 pagine) davanti al quale stridono per difetto i 4 racconti (brevi) contenuti ne La città dei santi e dei folli che di “vera narrativa” ne conta ben poca nelle sue 480 pagine (mentre in Perdido c’è tanta fiction e succedono cose, tante cose).

Insomma, per quel che ne ho letto (ripeto, non tutto) trovo che questo romanzo (anzi, falso romanzo) sia il parto perfetto di un autore cui piace (e “si compiace” di) scrivere “alto”, un narcisista dello “stile” e dunque delle “parole” che devono assolutamente impreziosire il narrato e sbalordire il lettore (épater le lecteur, alla francese).

Per come la vedo io Vandermeer vuol dimostrare la sua genialità, la sua creatività, la sua capacità di fare “alta letteratura”, di essere all’avanguardia, e La città dei santi e dei folli è un mero pretesto o un mezzo per ottenere e mantenere il consenso di chi lo considera “uno dei capisaldi della letteratura americana moderna” (tanto che mi pare abbia vinto 42 premi nazionali nel mondo, e per me è pura follia…).

Piccola digressione: ora c’è questo New Weird.

Bizzarrie, allegorie oscure, “fantastico” crudele e anche un po’ sadico, contaminazioni di generi ecc. ecc. Insomma tutte le caratteristiche del New Weird ci sono nel libro di Vandermeer, ma continuo a preferire e a leggere più volentieri (si sa, i gusti son gusti) romanzi “horror” senza surplus di problematiche come il Dracula di Bram Stoker e Il Signore della Notte di Jack Williamson che sono i miei personali “cultbook” (letti e riletti entrambi un sacco di volte) e nel campo dei racconti gli scritti di Clark Ashton Smith, Lord Dunsany, Lovecraft, Catherine L. Moore e anche di Thomas Ligotti, per non parlare di quello che per me resta il più grande di tutti, Edgar Allan Poe (che sul piano “alta letteratura” batte tutti e di gran lunga Vandermeer).

Io ho sempre amato e sono andato sempre in cerca di novità e quindi non mi sono fatto mancare Miéville, Swanwick, De Filippo, Vandermeer e la Bishop, J.K., della quale ho trovato molto intrigante quel suo Petali e sangue di ambientazione simil western pubblicato da Fanucci.

Vedo che molti dentro al New Weird ci mettono anche parecchio Stephen King ed Evangelisti ed in effetti ci sono precise commistioni in molte delle opere di questi due ultimi. A me pare che qualcosa di Lucius Shepard (“La bellissima figlia del cercatore di scaglie” e “Il padre delle gemme”, letti tanti anni fa sui NOVA SF*) avesse delle assonanze con quel tipo di cose, che insomma le precorresse.

E allora e ancora: molto Jack Vance (ieri), e Haruki Murakami (oggi)… ci vanno anche loro, perché no?

Vedo che va di moda inventare sigle per i “generi”, etichettarvi i libri e i loro autori: Cyberpunk, Steampunk, Bizarro Fiction, Slipstream, ancor prima il New Wave (dimentico qualcuno?), e recentemente ho letto di un nuovo “movimento” che scomoda il connettivismo del mio amatissimo van Vogt (c’entra? non c’entra?… non ho letto nulla, dovrò rimediare…).

A conti fatti a me pare un esercizio un po’ futile (cui prodest?), in fondo tutta la letteratura (nell’accezione “narrativa” e dunque mainstream compreso) è “immaginario” e m’interessa quel che racconta e come lo racconta…

Chiudo (magari ne riparleremo).

Probabilmente gli altri 4 contenuti narrativi de La città dei santi e dei folli mi costringerò prima o poi a riprenderli in mano per vedere se mi fanno cambiare idea (si è sempre in tempo), ma ora sono più curioso di leggere il primo volume della Trilogia dell’AREA X (pubblicata da Einaudi, che è una garanzia) di cui ho scaricato l’ebook e che è lì in attesa sul mio Kindle. Ne hanno parlato molto bene e siccome è fantascienza, voglio proprio vedere come se la cava il nostro con la Science Fiction (sì, lo so, sto utilizzando “etichette” e quindi mi contraddico con quanto scritto sopra… dovrò chiarirmi le idee…).

Del prossimo Vandermeer, Veniss Underground, non so niente, uscirà anche questo su Fantastica (Elara) e da quelle parti lo giudicano (anche Ugo Malaguti) il suo libro migliore e quindi aspetto e spero di non restare deluso quando uscirà (se uscirà).

Vi farò sapere…

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