I Ragazzi di Anansi, di Neil Gaiman

“Ci sono luoghi mitici. Esistono, ciascuno a suo modo. Alcuni sono al di sopra del mondo come coperture, altri esistono al di sotto, come il fondo di un quadro.
Ci sono montagne. Luoghi rocciosi che si raggiungono prima di arrivare alle rupi che orlano la fine del mondo, e in queste montagne si aprono caverne, profonde grotte abitate da molto prima che il primo uomo calpestasse la terra.
Sono ancora abitate.”

 

Nel 2005 Neil Gaiman pubblica un romanzo che si colloca in un’ambientazione simile a quella di American Gods, pubblicato nel 2001 e vincitore dei premi Hugo, Nebula (nonostante una tematica non certo di stampo SF) e Stoker.

I Ragazzi di Anansi, che vincerà i premi August Derleth e il Locus, non è il seguito del capolavoro che lo ha preceduto, ha una tematica simile e il personaggio del dio Anansi che compare in entrambi i romanzi, facendo un po’ da ponte, ma presenta differenze abbastanza sostanziali.

Senz’altro non al livello elevato di American Gods, di minore complessità ed impegno, resta ad ogni modo un buon libro, più scanzonato, leggero, ma di qualità eccellente a livello di scrittura, cosa che è un marchio di fabbrica in genere nelle cose targate Gaiman, scrittore che spazia tra romanzi (per adulti e per ragazzi), fumetti (citiamo solo Sandman, ma ha fatto molto altro) e portato sovente anche al cinema (Coraline, Stardust). Un personaggio decisamente eclettico, le cui passioni per il fantastico in generale traspaiono di continuo nelle sue righe con molteplici riferimenti.

Preferisco evitare di descrivere con troppi dettagli la vicenda narrata nel romanzo, per non togliere il piacere delle varie sorprese disseminate qua e là a chi non lo ha ancora letto. Dando un breve cenno ci troviamo, come in American Gods, in un mondo uguale al nostro, in cui però gli Dei camminano tra noi, hanno figli semidei, non sempre consci del loro retaggio e solo un sottile velo separa la normalità di questo mondo da altri più o meno oscuri e pericolosi.

E basta poco per trovarsi precipitati in quei posti, magari grazie ad anziane vicine di casa con tendenze un tantino …stregonesche.

La trama si snoda tra le vicende dei due figli del dio Anansi, il Dio Ragno, grande narratore di storie dall’inizio dei tempi, grande affabulatore e cantante che, ve lo posso dire, è tutto nelle prime pagine, muore durante un karaoke. Anche se la sua natura divina ci fa venire qualche dubbio sulla verità della cosa, ma di più non dico…

Il protagonista, Charlie Nansy, conosciuto da tutti come “Ciccio Charlie”, ritrova il fratello, di cui non conosceva l’esistenza e questo dà inizio agli avvenimenti seguenti che condurranno a sorprese varie in successione, ma che lascio al piacere della lettura.

Il buon Gaiman, con la consueta abilità, ci porta dapprima in luoghi pieni di sole e di luce, con inserti brillanti e divertenti, per poi subdolamente precipitarci in pozze di tenebra. Guai a scrutare sotto le pietre esposte al sole, ci potreste trovare vermi, ragni, orridi insetti, muffa e umidità. Una volta squarciato il velo della normalità nulla può esser più lo stesso, la vecchia vita perde di significato e diventa grigia e priva di sapore in confronto agli altri mondi che ti si svelano e ai nuovi poteri che acquisti.

Ci troviamo alla fine (o all’inizio? Nessun problema, sono interscambiabili) del mondo, in caverne abitate da creature totem, uomini che sembrano animali nel corso del primo viaggio e animali che sembrano uomini nel secondo viaggio. Esseri mitici sbucati fuori da antiche leggende indiane e africane. Il Drago, il Serpente, la Tigre, la Dea Uccello, oscuri e pericolosi, con la saggezza e la follia maturate in una vita eterna. Creature che ricordano sinistramente quelle dell’Isola del Dottor Moreau di Wells.

Tigre scoprì i denti. Erano molto aguzzi. “Non si va in giro a far ridere la gente. Il mondo là fuori è una cosa grossa e seria, non c’è niente da ridere. Niente. Bisogna insegnare ai bambini ad avere paura, bisogna insegnargli a tremare. A essere crudeli. A diventare il pericolo nascosto nel buio. A celarsi nelle ombre e ad avventarsi o balzare e sempre a uccidere. Tu sai qual è il vero significato dell’esistenza?” “Ehm…” rispose Ciccio Charlie “amarsi l’un l’altro?”
“Il vero significato dell’esistenza è il sangue caldo della tua preda sulla lingua, la carne che cede sotto i denti, il cadavere del nemico lasciato al sole perché i mangiatori di carogne lo finiscano. Questa è la vita. Io sono Tigre, e sono più forte di quanto Anansi sia mai stato, più grande, più pericoloso, più potente, più crudele, più saggio…”

E scopriamo chi è (o era?) il Dio Ragno, scelta curiosa, i ragni non sono esattamente tra gli animali più amati, e perché molti lo odiano.

E pian piano, andando avanti, ci rendiamo conto di trovarci davanti ad un rito di passaggio dei figli ad un’età adulta, mediato in modo strano e singolare da un padre-dio e rivolto verso figli in realtà già adulti, ma non ancora veramente cresciuti del tutto. Come era stato anche per Shadow, il figlio del dio Odino in American Gods, pur se in un modo molto più duro e pieno di sofferenza.

E sopra tutto il “canto” di Gaiman, che ci ricorda come i racconti e le canzoni siano fondamentali nella vita, come creature divine e semidivine lottino da ere perdute nel tempo per impossessarsi del potere di raccontare. E capiamo finalmente il perché del “ragno”, delle ragnatele intessute con abilità ipnotica.

“Le storie sono come ragni, con lunghe zampe, e sono come le ragnatele in cui l’uomo finisce aggrovigliato, ma che se le guardi sotto una foglia, nella rugiada del mattino, sembrano tanto belle con quel modo elegante di collegarsi una all’altra, strette strette.”

Un buon romanzo, come detto prima non al livello di American Gods, forse anche volutamente. Qui c’è più ricerca del divertimento anche per l’autore stesso.

Io ritengo Gaiman uno dei migliori scrittori di questi ultimi anni, so che alcuni lo contestano per quel suo giocare talvolta compiaciuto con le parole, ma alcuni brani me li sono letti e riletti due o tre volte per apprezzarli in pieno. E poi questo capita anche con i romanzi di Dan Simmons e di China Miéville, possono piacere o non piacere, e entusiasmarti al grado massimo per la musicalità e l’abilità di plasmare le parole che hanno.

D’altra parte se le storie sono come i ragni, questi sono animali non sempre apprezzati e compresi appieno.

Ma io vi consiglio di farvi avvolgere da queste ragnatele. Non ve ne pentirete e in ogni caso per qualche ora uscirete dalla grigia realtà che ci circonda.

“Le storie sono ragnatele collegate filo per filo, e se si segue ogni storia verso il centro perché il centro è la sua fine. Ogni persona è un filo della storia.”

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