La forma dell’acqua

Guerra fredda. Laboratori sotterranei segreti. Spionaggio sovietico. Atmosfera da corsa allo spazio. La Luna non è ancora stata conquistata ma la Russia ha già spedito un cane e Yurij Gagarin fuori dall’atmosfera. In un clima vintage che richiama vecchie e suggestive atmosfere anni Sessanta, il braccio di ferro scientifico tra le due superpotenze che si spartiscono le sorti del mondo incappa in un caso di studio che capita lì, a sorpresa, in pasto a un branco di ricercatori troppo insensibili e calcolatori per il dono che la natura gli ha appena consegnato.

Un uomo-pesce, che boccheggia, appunto, come un pesce, è stato sottratto al suo habitat naturale e poi rinchiuso in un laboratorio sotterraneo degli Stai Uniti d’America. Molto presto l’essere acquatico farà amicizia con una donna delle pulizie che non parla, proprio come lui, perché a causa di un evento sconosciuto – del quale riporta ancora le cicatrici sul collo – è rimasta muta sin da bambina. Sarà proprio la comune incapacità di emettere suoni che trasformerà i due in una coppia innamorata che dovrà vedersi di nascosto lontano da telecamere e sorveglianza.

Il film di Guillermo del Toro offre agli spettatori piccole scene di umanità che hanno come protagonisti persone che nel contesto reale non detengono alcun peso se non quello, appunto, di tenere sulle spalle l’onere di bilanciare il male col bene, di far valere anche la ragione del cuore quando serve, a costo della propria vita. Ecco dunque che un misero vecchio solo, una donna muta e la sua collega delle pulizie, insieme a uno scienziato dalle oneste convinzioni, si rendono artefici di eroici atti di empatia nel tentativo di salvare una creatura unica al mondo dalla stretta mortale di due superpotenze militari del piffero.

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