I valori di Vikings

Il popolo vichingo di Vikings ha uno stile di vita estremo e affascinante, basato su una scala di valori solida, radicale, antica, ma non per questo troppo fuori dal tempo. Dal punto di vista storico, la serie tv scritta e diretta da Michael Hirst ha ricevuto una valanga di critiche, eppure il cinema è pieno di capolavori come Braveheart che non brillano di una riproduzione storica eccellente. Insomma, premesso che i valori su cui si fonda il popolo di Vikings potrebbero non appartenere ai veri vichinghi, essi costituiscono una parte ricca e consistente, se non addirittura portante, della serie tv uscita inizialmente su History Channel e ora disponibile su Netflix.

Coraggio e audacia primi valori

Se dovessimo stabilire una gerarchia di valori salterebbe subito all’occhio il coraggio dimostrato dai guerrieri vichinghi, sia uomini che donne, in ogni situazione. Un coraggio spesso arricchito dal forte spirito di iniziativa dei protagonisti, che tendono il più delle volte a cercare i guai, il rischio, impersonando il ruolo del nemico invasore nelle loro innumerevoli incursioni. In definitiva un uomo senza coraggio, semplicemente, non sarebbe un uomo.

Vigliaccheria vergogna mortale

Se da un lato il coraggio è la massima virtù per i vichinghi di Vikings, la vigliaccheria è decisamente la qualità peggiore che un uomo o una donna possano avere. Il vigliacco merita profondo disprezzo ed è spesso destinato a soccombere sotto la spada di qualcuno più impavido e audace. Addirittura, nella quarta stagione si assiste a una scena molto cruda, dove un uomo losco e vile viene evirato appena prima di morire, dopo una serie di episodi da lui trascorsi a tramare più volte all’ombra di qualcun altro, senza cioè esporsi o rischiare personalmente.

Forza bene supremo, debolezza male assoluto

Anche la debolezza, così come la vigliaccheria, non è affatto una qualità ma è anzi un difetto che si paga caro, spesso con la morte. Si intuisce che i figli nati deformi o menomati, con una eccezione che riguarda un importante personaggio, vengono uccisi alla nascita. La selezione all’interno dei vichinghi fa in modo che non vi siano quasi per niente elementi deboli nella società, ma diciamo che la lezione viene sostanzialmente impartita ai paesi vicini, in questo caso Inghilterra e Francia. Questi sono rappresentati come due popoli sornioni, non molto avvezzi alla guerra, che sono costretti ad acquisire aggressività e forza a causa delle umilianti invasioni vichinghe. All’inizio, inglesi e francesi vengono mostrati talmente pigri e vili da indurre a pensare che quasi meritino di essere barbaramente saccheggiati, ma poi, quando gli oppressi sviluppano finalmente un atteggiamento più duro e forte, vengono scenograficamente inondati da una luce di virtù. La debolezza è dunque una colpa, una condizione di inerzia che attira la sventura. E la forza è la prima qualità a cui deve ambire un essere umano, sia per attaccare sia per difendersi.

La vita non è una passeggiata sul prato

Ed ecco che arriviamo a una importante frase pronunciata da Siggy, la moglie del Conte Haraldson, quando si allontana dal villaggio di Kattegat con una nobildonna di nome Aslaug, abituata da sempre, a differenza di Siggy, a una vita agiata. Di fronte al disagio di Aslaug verso la nuova condizione di sacrificio, Siggy la guarda negli occhi e la scuote dicendole che «la vita non è una passeggiata sul prato». I vichinghi sono un popolo che combatte, ed è fermamente convinto che la vita sia essa stessa un combattimento. Loro fanno la guerra perché la vita è una guerra. E non se ne esce, è così, funziona così. O stai al gioco o muori. È un mondo crudele, e bisogna andare avanti, sempre e comunque, con rassegnazione e spirito di sacrificio.

Combattere, combattere sempre, morire combattendo

«Che cosa fa un uomo?», chiede il bambino Bjorn a suo padre Ragnarr Lothbrok, il personaggio portante dell’intera serie, non a caso nella prima puntata. E Ragnarr risponde: «Un uomo combatte». Ecco, appunto, la vita è un combattimento. E per i vichinghi questo concetto è sacro. Addirittura, la morte in battaglia è la via verso il paradiso vichingo, il Valhalla, ed è quindi la massima meta a cui ognuno deve aspirare. Durante i preparativi per un’invasione, un guerriero ormai vecchio chiede a Ragnarr Lothbrok di partecipare alla spedizione con il dichiarato scopo di morire combattendo, perché per lui è un vero peccato il fatto che quasi tutti i suoi amici sono stati trafitti da una spada e in quel momento banchettano con Odino nel Valhalla senza di lui. In un’altra occasione, Ragnarr ribadisce il concetto al figlio Bjorn. «Combattiamo», gli dice, poi aggiunge: «È così che vinciamo ed è così che moriamo».

Sfidare la morte

Un altro personaggio di grande spessore, il geniale guerriero e carpentiere Floki, mentre i vichinghi si apprestano ad attaccare Parigi afferma di vivere solo per quei momenti, quelli della battaglia, quando cioè un uomo rimane sospeso nell’incertezza tra la vita e la morte. È in quelle situazioni di aperta sfida alla morte che un vichingo si sente davvero vivo. Non c’è nessun’altra emozione che sia lontanamente paragonabile.

Il potere è di chi si china abbastanza per raccoglierlo

È questa la frase che pronuncia Ragnarr Lothbrok in una speciale occasione: «Il potere è sempre pericoloso. Attrae i peggiori e corrompe i migliori. Non ho mai chiesto il potere, viene dato solo a coloro che sono pronti ad abbassarsi per raccoglierlo». Questo modo di rapportarsi al potere viene portato avanti proprio dalla figura di Ragnarr, per l’intera durata della serie. Ragnarr è un leader che non ambisce al potere, ma deve confrontarsi con i potenti, e soppiantarli, perché questi si sentono minacciati dalla sua figura, dai suoi scopi di esplorazione e conquista, dalla sua volontà di condurre il popolo vichingo verso obiettivi ambiziosi. Così, Ragnarr conquista pezzi di potere per legittima difesa e per necessità, per eliminare persone ostili, dunque non per il potere fine a se stesso, ma come un mezzo per raggiungere i suoi obiettivi. Ragnarr è un vero leader, che più che fare il capo si comporta da guida e dà l’esempio. Ma il potere, come dice lui stesso, è destinato a corrompere.

Vivere è un po’ corrompersi

Una scena che fa letteralmente venire i brividi è quella tra Ragnarr Lothbrock e l’uomo che, secondo quanto dice in un episodio il monaco cristiano Athelstan, è l’equivalente inglese del leader vichingo: Ecbert, re del Wessex, una regione dell’isola britannica, che si contende l’Inghilterra con altri piccoli regni, uno fra tutti la Northumbria di re Aelle. Durante la festa di celebrazione della vittoria contro un’altra fazione inglese, Ragnarr chiede a Ecbert se lui è corrotto. Il re risponde di sì e pone la stessa domanda al suo momentaneo alleato, che a sua volta risponde in modo affermativo. Quella scena sta probabilmente a significare che un uomo vissuto si dirige inevitabilmente verso la corruzione dell’anima. Un uomo puro, invece, è colui che non vive davvero, che non fa delle scelte, e che quindi non può commettere errori o fare del male a se stesso o ad altre persone. In breve, al netto di quel che si combina nel bene e nel male, vivere significa sporcarsi le mani, perché quello in cui nasciamo è davvero uno sporco mondo: solo chi non sceglie, non agisce, non si lancia nell’arena, rimane candido e incontaminato.

Parola d’ordine: esplorare l’ignoto

«Odino ha dato il suo occhio per conoscere l’ignoto», esclama Ragnarr nel primissimo episodio, e quindi aggiunge: «Ma io farò molto di più». Al di là dell’ambizione del personaggio principale, i vichinghi di Vikings sono fatti per esplorare nuove terre senza pensarci troppo. Meno i territori sono conosciuti, meglio è. Proprio da questa passione per l’ignoto il popolo scandinavo trae i suoi massimi benefici in termini di ricchezza materiale, ma anche, se vogliamo, di gratificazione spirituale. Vikings suggerisce come corretto stile di vita quello di compiere continui salti nel buio senza timore. Viceversa si condurrebbero «delle vite pigre ed inutili», citando ancora una volta Ragnarr Lothbrok, dal secondo episodio della prima stagione.

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