Lo Scimmiotto o Viaggio in Occidente, di Wu Cheng’en

Erano Cielo e Terra sottosopra

Prima che il buio caos fosse dissolto.

Quando Pan Gu spezzò l’immensa nuvola

Diede l’urto iniziale al nostro mondo.

Si separarono il torbido e il puro,

Ogni vita ne fu sollecitata

Ed ogni essere giunse a compimento.

Se del tempo conoscere le imprese

Volete e non sapete risalire

Fino al caos degli inizi, qui leggete

Le vicende del Viaggio in Occidente.

(trad. dal francese di Serafino Balduzzi)

 

Fra i grandi titoli della narrativa cinese non si può non menzionare Lo Scimmiotto ovvero Viaggio in Occidente (Xiyouji, lett. “Memoria di un viaggio in Occidente”) la cui edizione più antica conosciuta risale al 1592.

Attribuito tradizionalmente allo scrittore Wu Cheng’en, vissuto fra il 1500 e il 1582 circa, questo classico costituisce un vero e proprio salto nel regno della fantasia e dell’intrattenimento ma con importanti finalità moraleggianti, tanto da essere stato paragonato al nostrano Pinocchio. Infatti, per secoli è stato letto durante le fiere di paese, nei cortili dei templi buddhisti e ancora oggi è una delle letture per l’infanzia preferite in tutto l’Estremo Oriente.

I primi sette dei cento capitoli che compongono il romanzo raccontano della nascita di Scimmiotto (Sun Wukong, giapponese Sangoku) da una rupe fecondata dalle essenze di Cielo e Terra, la sua ascesa al trono delle scimmie e l’acquisizione di poteri magici, fra cui la capacità di spiccare altissimi salti e rimbalzare fra le nuvole. Sempre più intrepido, il protagonista decide di sfidare il volere divino e conquistare sia l’immortalità sia il potere della trasformazione. Proprio nel corso di questi eventi, Scimmiotto provoca un caos indescrivibile fra le gerarchie celesti dell’Imperatore di Giada.

In una serie di pirotecnici combattimenti, egli dimostra la propria abilità nell’uso di un bastone di ferro magico capace di allungarsi a piacimento, di solito portato sottile come un ago dietro all’orecchio. Alla fine però deve arrendersi alla volontà del Buddha, il quale decide di imprigionarlo nella Montagna dei Cinque Elementi.

I capitoli 8-12 formano la seconda parte e descrivono gli eventi che conducono al viaggio: i buoni propositi del Buddha, che vorrebbe introdurre le scritture buddhiste in Cina, gli sforzi della Bodhisattva Guangyin a tal fine e la storia della vita del monaco Tripitaka (Sanzang, giapponese Sanzo).

All’inizio della terza parte, la più lunga (dal tredicesimo al centesimo capitolo), Tripitaka perde la sua scorta iniziale e si ritrova affibbiato Scimmiotto. Il quale ha trascorso cinquecento anni imprigionato nella roccia, sfamato dallo spirito guardiano a pillole di ferro e verderame, una dieta poco appetitosa ma che ha avuto il merito di trasformarlo in una creatura invulnerabile. Al fine di tenere sotto controllo il brutto carattere di Scimmiotto, Tripitaka si avvale di un dono di Guangyin, un cerchietto metallico che cinge la testa del primate. Non appena il monaco vuole farlo tornare all’ordine, gli è sufficiente intonare una formula d’incantesimo, la “Scrittura del Cerchio Stretto”, e Scimmiotto è colpito da dolorose fitte al capo.

Altri compagni di viaggio sono Porcellino (Zhu Bajie, giapponese Cho Hakkai), Sabbioso (Sha Wujing, giapponese Sagojo) e un cavallo bianco che in realtà è un principe-drago, terzo figlio del Re Drago dell’Oceano Occidentale. Tutti e tre, come Scimmiotto, hanno un passato di violenze e trasgressioni. Sabbioso è addirittura un demone fluviale, rosso di capelli e occhi come lanterne, che poi si è fatto monaco, mentre Porcellino, spesso chiamato con epiteti spregiativi tipo “bestione rognoso”, si è macchiato del crimine di aver insultato Chang’e, la dea della Luna.

Inutile dire che è stata Guangyin a volere che Tripitaka fosse accompagnato, e protetto, nella sua impresa da questi poco di buono, ormai decisi a riscattarsi dalle colpe passate.

La missione è arrivare nel Paradiso Occidentale, raccogliere una collezione completa delle scritture buddhiste e portarla nell’impero di mezzo, dove l’imperatore della dinastia Tang le attende con trepidazione.

L’improbabile compagnia supera ben ottantun prove, la maggior parte delle quali implica incontri con demoni, fantasmi e mostri desiderosi di sbranare il pio Tripitaka. Dei pericoli, ottanta li incontrano nel viaggio d’andata e uno in quello di ritorno.

Dopo un pellegrinaggio di ben quattordici anni (il testo descrive gli eventi di nove di questi anni) il gruppo arriva alla meta finale, il cosiddetto Picco dell’Avvoltoio (il Griddhraj Parvat, che si trova in India centrale) dove, in una scena al tempo stessa mistica e comica, Tripitaka riceve le scritture dal Buddha in persona.

La storia si conclude con il ritorno in Cina e il raggiungimento della meritata illuminazione da parte di tutti gli eroi del gruppo.

Nel descrivere le peripezie e le tribolazioni dei pellegrini, l’autore ha dato libero sfogo all’umorismo e all’immaginazione. Viaggio in Occidente, però, non è solo un romanzo scritto con lo scopo di divertire; ha intenti di satira sociale in chiave allegorica. Bersaglio preferito è la classe dei burocrati imperiali, i mandarini delle fonti occidentali.

Inoltre i vari protagonisti possono essere interpretati come archetipi del comportamento umano. L’ingenuità, i timori, la pietà per tutte le creature di Tripitaka si contrappongono all’orgoglio e alla testardaggine di Scimmiotto e agli smodati appetiti carnali di Porcellino: tutti aspetti imprescindibili dell’animo umano.

Nell’opera sono numerosi e continui i riferimenti alle scuole filosofiche cinesi: lo yin-yang, la filosofia dei Cinque Elementi, l’Yi Ching (il celeberrimo “Classico dei Mutamenti”), l’alchimia taoista sino ad arrivare alle idee e alle pratiche del confucianesimo e, soprattutto, del buddhismo. Nel quattordicesimo capitolo, ad esempio, l’episodio dello Scimmiotto che uccide i sei ladroni viene interpretato come un’allegoria religiosa sulla lotta contro i sei organi di senso (cioè l’occhio che trae diletto dalla vista, l’orecchio dal cui udito proviene l’ira, il naso dal cui olfatto origina l’amore, la lingua dal cui gusto derivano i desideri, la mente che brama attraverso le percezioni e il corpo che soffre), nel processo di autoperfezione e di redenzione. D’altronde la stessa denominazione del personaggio Porcellino, ossessionato dai piaceri del cibo e del vino, rammenta gli Otto Divieti buddhisti e le Quattro Temperanze contro il lusso e i desideri.

Questo romanzo così ricco e complesso, in realtà trae spunto da un antico ciclo di storie popolari che, a loro volta, s’ispirarono a fatti e personaggi realmente esistiti.

Fra il 629 e il 645 il monaco buddhista Xuanzang (nato come Chen Yi, 602-664) compì un pellegrinaggio in India allo scopo di raccogliere testi sacri. Al suo ritorno in patria gli fu dato dall’imperatore il nome onorifico di Sanzang (in sanscrito Tripitaka, “Tre Canestri” termine con cui è indicato l’insieme delle scritture buddhiste). Xuanzang scrisse un accurato resoconto degli anni trascorsi all’estero, il Da Tang Xiyuji ovvero Viaggio in Occidente del Grande Tang, ancora oggi fonte preziosa sull’India e sui paesi dell’Asia centrale nel VII secolo.

Il suo viaggio esercitò una grande impressione sui suoi contemporanei e ben presto divenne una feconda fonte di leggende. Alcune iniziarono a essere messe per iscritto dal X secolo. In tutte, il viaggio di Xuanzang/Tripitaka fu reinterpretato come un avventuroso pellegrinaggio verso il Paradiso Occidentale. Con i secoli, la figura di Scimmiotto emerse progressivamente, sino a diventare coprotagonista insieme al monaco.

La popolarità del romanzo di Wu Cheng’en non si limitò alla Cina ma si diffuse nei paesi della stessa area di civiltà, Corea, Giappone, Vietnam, dove si è conservata intatta con il trascorrere dei secoli. Basti pensare ai molti fumetti e cartoni animati giapponesi che si sono ispirati, più o meno direttamente, al Viaggio in Occidente; solo fra le serie animate ricordiamo Monkey (1969), Starzinger (1978), Dragon Ball (a partire dal 1986), Saiyuki – La leggende del demone dell’illusione (2000).

In Italia la traduzione più diffusa, utilizzata anche dalla casa editrice Adelphi per le proprie edizioni (la più recente delle quali è: Lo Scimmiotto, 2002, ISBN 9788845900686), è quella di Adriana Motti, dal testo inglese di Arthur Wealey (1942) che purtroppo traduce dall’originale appena un terzo dei cento capitoli. Scaricabile fino a poco tempo fa, liberamente, dal sito www.liberliber.it esisteva anche una versione più recente a cura di Serafino Balduzzi, la quale, pur non essendo una traduzione dal cinese bensì dal francese, ha il pregio di presentarci l’opera nella sua interezza, parti liriche comprese. La stessa versione, titolo Il Viaggio in Occidente (ISBN 9788879843836), è stata ripresa dalla Luni Editrice nel 2014 all’interno della collana Grandi pensatori d’Oriente e Occidente (circa 1600 pagine divise in due volumi).

Viaggio in Occidente ispirò anche un altro romanzo, Il Sogno dello Scimmiotto (Xiyoubu, lett. “Supplemento al Viaggio in Occidente”, edizione italiana a cura di Paolo Santangelo, Marsilio 1992). Di mole decisamente minore, fu scritto nel 1640 da Dong Yue, uno studente confuciano di venti anni. Pensato per una platea completamente diversa, questa composizione mette un po’ da parte il tradizionale genere di avventure, epiche e comiche assieme, per approfondire l’esplorazione della psiche umana, con una sensibilità decisamente moderna. Purtroppo un linguaggio ricco di simboli, miti, allusioni e richiami ideologici che si rifanno alla cultura cinese, rende molto difficile la lettura de Il Sogno dello Scimmiotto al pubblico occidentale.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *