Etere, di Zhang Ran

Prima di iniziare “Etere” di Zhang Ran mi aspettavo di leggere un racconto simile a quelli di altri autori cinesi, caratterizzato da elementi tipici della cultura confuciana. Ho scoperto invece uno scrittore, un informatico classe 1981, che, volutamente, ha internazionalizzato la propria storia, con personaggi e mondo circostante dalle caratteristiche più anglosassoni che estremo orientali. Un pizzico di “cinesità”, se proprio se ne vuole trovare, si avverte solo nell’immancabile solitudine che avvolge il protagonista, leitmotiv di tanta letteratura cinese degli ultimi decenni.

Un racconto scritto in prima persona che si svolge in un futuro forse prossimo e dal forte sapore distopico, dove la memoria dei guru dei nostri giorni, come Steve Jobs, è ancora forte. Un racconto dal ritmo lento ma tutt’altro che noioso. Un racconto dove il protagonista, un insignificante uomo di mezz’età, trascorre una vita priva di forti emozioni, lavorando appena dodici ore alla settimana in un impiego assolutamente inutile, fino all’incontro che ne sconvolgerà l’esistenza. Un racconto, soprattutto, sorprendente per il finale che, magistralmente, s’inserisce come ultimo e imprescindibile tassello in un puzzle altrimenti ricco di misteri e punti interrogativi.

Come in altri casi di lavori cinesi pubblicati nella collana digitale Future Fiction, l’edizione italiana è scorrevole grazie all’eccellente lavoro di traduzione dal cinese all’inglese eseguito dal duo Carmen Yiling Yan e Ken Liu.

 

ZHANG RAN, “Etere” (以太 – Ether, 2012), trad. dall’inglese di Francesca Secci, Mincione Editore, collana Future Fiction, 2016, pubblicazione digitale, prezzo ebook, 2,99 €.

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