Blade Runner 2049, un replicante senz’anima

Blade Runner 2049 corre sul filo del rasoio che separa il buon film dal franchise derivativo. Senza innovazione è un replicante senz’anima.

Che Blade Runner sia un capolavoro indiscusso, diventato un cult postumo, lo sanno tutti.

Quando ho sentito Scott parlare di un sequel, mi sono detto: “Oh mio Dio! Ti prego, no!” e ero già pronto a commissionare il suo omicidio prima che potesse mettere le mani ignobili su un’altra pietra miliare, dopo il lavoro fatto con Prometheus (prima) e Covenant (poi).

Poi è arrivato l’arcangelo Gabriele: “Sarà Villeneuve il regista”, e ho visto la salvezza! Parole forti, ma sapere che il sequel era stato affidato a colui che si era fatto apprezzare con Prisoners, Enemy, Sicario e Arrival, mi ha fatto tirare un respiro di sollievo. Infatti, non solo Scott se ne era tirato fuori (e già quello mi sarebbe bastato), ma aveva affidato il progetto a uno dei migliori registi nel panorama mainstream.

Risultato dell’equazione era che, per quanto potesse essere brutto, comunque BR49 aveva il potenziale per diventare quantomeno un buon film. E così è stato.

Ma entriamo nel dettaglio…

Blade Runner 2049 - Marc Welder

Ryan Gosling si rivela essere una buona scelta, nonostante un personaggio “in-animato” non facile da interpretare, ma la vera sorpresa è stata Sylvia Hoeks (Luv), che ha tirato fuori una intensità che non mi sarei mai aspettato dalla “sciacquetta” di La Migliore Offerta. Una Hoeks convincente come la morbida Ana de Armas, dolce e in alcuni momenti anche toccante. Un po’ sottotono invece la Wright che, purtroppo, non convince tanto per un ruolo marziale vicino alla più dura Claire Underwood, quanto per una sceneggiatura un po’ carente sul suo personaggio.

Blade Runner 2049 - Marc WelderAllo stesso modo, anche Harrison Ford fa quel che può, ma non è abbastanza. Sì, ci mette la presenza scenica, ma anche quella è scarsa e, a parte una fiacca scazzottata e qualche espressione facciale neanche così emotiva, ha fatto ben poco. Quanto a Leto, mah, sì bravo, tutto quello che volete, ma il suo Wallace resta un po’ monotono nei suoi deliri.

La fotografia e le scenografie sono spettacolari (non potevano essere da meno), ma l’effetto che provocano (forse volutamente) è quello di stordire. Sono, infatti, di così forte impatto e meraviglia che ci fanno sentire a casa, ma nel contempo distraggono, al punto da far perdere di vista altri aspetti più importanti.

Quello che manca, tra le varie cose, è infatti una vera e propria colonna sonora. Le tracce non sono memorabili e la scelta di lasciare spazio ai silenzi e ai rumori ambientali è stata azzeccata. Magari gli autori erano coscienti di non poter arrivare all’apice di Vangelis e sapevano che un qualsiasi tentativo sarebbe potuto sembrare solo un suo maldestro scimmiottamento (colgo l’occasione per suggerire, a tutti coloro che cercano una degna continuazione dell’OST, l’album “Moment Lost – music and art inspired by Blade Runner” di Analog Sweden del 2013).

Blade Runner 2049 - Marc Welder

Quanto alla regia, Villeneuve è impeccabile, perfetto nei tempi, educato, equilibrato nello spingere come nel dare risalto ai personaggi, lasciando che siano loro (o gli stessi silenzi uniti alla fotografia) a riempire alcune scene quasi contemplative. Nel suo essere ammiccare al passato, ha inoltre avuto l’abilità di non imbarazzare il brand BR svendendosi come un blockbuster (ma vedremo i seguiti). Il film, al primo sguardo, è infatti come dovrebbe essere un degno erede di Blade Runner: un film d’autore, riflessivo, intimista, insolito per il panorama contemporaneo.

Nonostante la lunghezza, BR49 si fa ben vedere, soprattutto nella prima parte, con ritmi evocativi e buoni colpi di scena. Nella seconda, invece, si proietta verso il franchising con evocazioni bibliche e un finale aperto (a sviluppi da videogame), che lascia un gusto strano in bocca. Ma ormai lo sappiamo, la sterile Hollywood è al momento incapace di guardare al futuro e gongola nel passato rispolverando vecchie glorie.

Blade Runner 2049, infatti, non è un film a sé, un momento di spacco tra un prima e un dopo (come il predecessore o come Matrix per intenderci), ma un’opera derivativa che non ha il coraggio di una vita e una dignità propria. Villeneuve non esita a cercare altre strade nel tentativo di ampliare il discorso, ma se avesse creato un vero e proprio spin-off (alla Rogue One, per intenderci – storia a sé, ma stessa ambientazione) forse non avrebbe fatto così male.

Blade Runner 2049 - Marc Welder

C’è poco altro da aggiungere, il primo Blade Runner può piacere, può non piacere (poveri voi), ma ha segnato la storia. Il film di Scott è stato capace di proiettarci in un mondo fino a quel momento innovativo, di speculare su una distopia inquietante e erede diretta del suo tempo: un mondo cupo, sporco, morente e sovrappopolato, così sfortunatamente plausibile da spaventare. Non fu un caso se a suo tempo fu surclassato da altri film di fantascienza dai futuri più positivi, perché Blade Runner ti sbatteva in faccia un futuro scomodo. Blade Runner 2049 questo non lo fa, non porta nulla di nuovo e inquietante, ma si limita a prendere il già fatto, rivederlo e aggiornalo, e marcare i toni che hanno reso celebre il predecessore. Ma dov’è la nuova melodia, quella che ti tocca l’anima?

Quel che manca a Blade Runner 2049 è forse il senso. Le tematiche, sono le stesse, splendide, ma riciclate: chi siamo? dove andiamo? ricerca di un’identità, di un passato, dell’importanza della memoria, di una dignità dell’anima che permetta di vivere e amare. Purtroppo, però, per quanto si voglia inserire anche il tema della creazione, del dare la vita, Blade Runner 2049 non osa. E’ un Blade Runner 2.0, più sporco, più avanzato, più evoluto, sì ben amalgamato con il predecessore, ma che senza una vera e propria innovazione resta un replicante senz’anima.

Buona visione da Marc Welder

http://marcwelder.it/

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *