Il Signore delle Tempeste, di Tanith Lee

Una brace scoppiò improvvisamente nel fuoco. Il sacerdote intravvide una faccia che sembrava foggiata di metallo scuro, e due occhi brucianti di un oro gelido, stranamente incolore. Gli occhi sembravano privi d’anima. Dietro di essi vi era soltanto la volontà e la potenza.

“In verità,” pensò il sacerdote, “tu non sei più un essere umano.”

“Io sono il golem della dea.”

(trad. di Roberta Rambelli)

 

IL SIGNORE DELLE TEMPESTE (The Storm Lord) fa parte del trittico di lavori che nel 1974 Tanith Lee (1947-2015), scrittrice inglese sino ad allora attiva nel campo della letteratura per l’infanzia, inviò alla statunitense DAW Books, fondata e gestita da Donald A. Wollheim (1914-1990), celebre scopritore di talenti. Tutti e tre i manoscritti furono acquistati: “Nata dal vulcano” (The Birthgrave) avrebbe lanciato la Lee nel mondo del fantasy, come “Non mordere il sole” (Don’t Bite the Sun) lo avrebbe fatto in quello fantascientifico. IL SIGNORE DELLE TEMPESTE uscì nel maggio del 1976, appena tre mesi dopo Don’t Bite the Sun e, esattamente come The Birthgrave, avrebbe dato inizio a un ciclo complesso e ricco di spunti, The Wars of Vis, che si sarebbe poi arricchito di altri due capitoli: Anackire (1983) e The White Serpent (1988).

Aprendo questo romanzo, il lettore si trova davanti ad un fantasy per certi versi tradizionale, con una galleria di figure straordinarie, nel bene o nel male, e la magia diffusa; mancano del tutto elementi presi in prestito dalla fantascienza, presenti invece in The Birthgrave. Per altri aspetti il libro si dimostra strano, per non dire singolare, dal forte impatto emotivo e inusuale per l’epoca in cui è stato scritto. Le azioni dei protagonisti, tutti, sono determinate da incontrollabili pulsioni sessuali suscitate da una misteriosa stella rossa che periodicamente compare in cielo.

L’autrice inserisce abilmente le suggestioni tratte dalla letteratura favolistica dei fratelli Grimm, di Madame d’Aulnoy, di Lafontaine, di Perrault, in un contesto dove il sesso, massima forza della Natura, spinge i vari personaggi al parossismo delle proprie caratterizzazioni. Non meno importante in questo affresco, già di per sé sofisticato, è l’influenza delle religioni e delle filosofie dell’India. In particolar modo fu il ciclo infinito delle reincarnazioni ad affascinare Tanith Lee. Tanto che anche le divinità presenti nella storia ne vengono coinvolte, specialmente a partire dal secondo libro delle Wars of Vis Anackire – che come la terza e conclusiva parte – The White Serpent – è purtroppo inedito in Italia.

La scrittura di Tanith Lee, che con il tempo si sarebbe fatta sempre più elaborata e barocca, in IL SIGNORE DELLE TEMPESTE si rivela potente ma scorrevole, ideale per evocare le colorate civiltà del continente di Vis nonché per descrivere gli onnipresenti intrighi e le macchinazioni politiche che determinano il fato di interi popoli. Non si può che lodare l’eccellente introspezione psicologica dei caratteri, tra i quali prevale la sensazione d’inadeguatezza e di estraneità all’ambiente circostante; infatti eroi e anti-eroi hanno in comune l’ignoranza, almeno all’inizio, della propria ascendenza. La lenta, dolorosa acquisizione dell’identità è una caratteristica ricorrente della produzione letteraria di Tanith Lee e già si palesa in queste prime, importanti opere degli anni Settanta.

Non meno notevole è la grazia stilistica, anche quando, come spesso accade, prevalgono le tinte fosche o addirittura sanguinolente, con massacri e carneficine che raggiungono proporzioni epiche: la Lee era maestra nel miscelare, nelle giuste dosi, stregoneria e realismo, poesia e crudeltà.

La gran parte dei lettori rimane affascinata dalla prosa vivace e complessa della scrittrice londinese; catturata dalle trame e dai colpi di scena. Da subito si viene travolti in un vortice di vicende, sentimenti, personaggi ed eventi che non lasciano tempo per riflettere. La trama si può riassumere come il lento risveglio di un popolo mite e da lungo tempo oppresso, che trova, proprio nel momento più buio della propria storia, il condottiero capace di spezzare secolari catene e di rovesciare un dominio antico e apparentemente invincibile.

Un’avvertenza, specie per quelli che si dovessero accostare all’opera di Tanith Lee per la prima volta: “nelle sue opere quasi nulla è vero di ciò che sembra, e quasi tutto ciò che appare improbabile è la pura verità” (Ugo Malaguti).

Splendido romanzo, quindi, consigliato sia agli amanti del sword & sorcery sia agli appassionati e, soprattutto, appassionate di letteratura romantica. Due dispiaceri: il primo che l’ultima (e unica) edizione italiana risalga al 1977 (SLAN n. 34, Libra); il secondo che il progetto di un romanzo che avrebbe dovuto far confluire la serie di Birthgrave con quella di Vis non vedrà mai la realizzazione per la prematura scomparsa dell’artista il 24 maggio 2015. Da parte mia non finirò mai di ringraziare Ugo Malaguti per aver fatto scoprire al nostro paese questa straordinaria artista.

 

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