Intervista a Michael Swanwick

Preveggenza? No, fortunata coincidenza, direi. E sì perchè, proprio in occasione dell’uscita in Italia dell’ultimo romanzo di Michael Swanwick, Dancing Bears (2011), pubblicato in edizione digitale sulla collana Vaporteppa (primo numero di questa iniziativa cui auguriamo ovviamente tutte le fortune) col titolo Gli dèi di Mosca, il nostro Fabio Centamore ci propone una sua intervista al celebre autore americano, vincitore del premio Nebula con Stazioni delle maree (1991), e oggi alfiere del movimento steampunk. Colgo l’occasione per ricordare che proprio di recente Urania ha ristampato un altro bel libro di Swanwick, Ossa della Terra.

Ha vissuto la nascita e il disfacimento dal movimento cyberpunk, a cui pure è stato associato in passato dalla critica. Ha collaborato con William Gibson e Gardner Dozois e ha condiviso gli inizi con autori del calibro di Kim Stanley Robinson e James Patrick Kelly, diventando egli stesso un grande. Dividendosi fra fantasy e fantascienza, ha toccato molteplici temi cari a entrambi i generi. Molti dei suoi lavori non sono purtroppo ancora tradotti in italiano (motivo per cui non vedrete il titolo italiano fra quelli citati nell’intervista)… ed è un gran peccato.

Curiosità personale, tanto per cominciare: hai girato per gli U.S.A. ultimamente? Cos’hai visitato? Ci puoi raccontare qualcosa?

Ho passato due settimane in viaggio da Philadelphia a Boston, un viaggetto che avrei potuto fare in un giorno.  Tuttavia ero alla ricerca delle radici della mia fantascienza, siti significativi per la storia della scienza, della letteratura e della tecnologia, per un saggio a cui sto lavorando. Sembra che nessun altro abbia mai fatto prima qualcosa del genere. Ho cominciato con una colazione al diner che è apparso in Blob, il film horror del 1950; quindi sono stato ad Haddonfield dove è stato scoperto il primo scheletro di dinosauro quasi completo; ho visitato Holmdel Horn, l’antenna da cui è stata scoperta la radiazione di fondo dell’universo, confermando la teoria del Big Bang; ho cercato il lotto vuoto dov’era il negozio di caramelle di Asimov e in cui Isaac si innamorò a nove anni della fantascienza; ho girato i laboratori di Edison… la lista dei posti che ho visto potrebbe ancora continuare. Ho postato tutto su blog, Facebook e Tweetter, così potete trovare online un piccolo assaggio di cosa ho visto.

La tesi del viaggio e del saggio, oltre alla pura gioia di vedere queste cose, è che la fantasia e la fantascienza sono stati essenziali per l’impresa americana. Washington Irving ha scritto fantasy e Nathaniel Hawthorne ha scritto fantascienza. Mark Twain ha scritto entrambe le cose. Erano insomma affascinati dalla scienza e dalla tecnologia. La narrativa di genere di solito viene descritta come un qualcosa ai margini della nostra cultura. Voglio dimostrare che invece fa proprio parte del nucleo di ciò che siamo e facciamo.

Se il saggio avrà successo, farò un’altra gita, partendo da Boston e guidando fino a Chicago. Quindi seguiranno altri viaggi, finché non avrò girato gli Stati Uniti e non avrò abbastanza materiale per un libro. A meno di non venire distratto dalla mia narrativa, ovviamente.

Cos’è più importante (se qualcosa di importante c’è) per la tua ispirazione?

Due cose mi fanno definire un particolare progetto. Una è avere una grande idea, come la coscienza di rivivere le esperienze in modo da ricordare tutto ciò che ti accadrà fino alla morte ma che ancora non ti è già successo (Preveggenza), o una forte immagine, tipo una civiltà costruita sulla superficie di una cavalletta di dimensioni planetaria (Mother Grasshopper). L’altra è la difficoltà. Più è difficile da scrivere, più voglio scriverla. Ci metto un sacco di lavoro per non far vedere questa cosa, perché il lettore non dovrebbe pagare per l’ambizione dello scrittore. Ma quando non riesco a decidere cosa penso su un problema difficile, il mio impulso è quello di scriverci una storia per scoprirlo.

È proprio così diverso scrivere FS piuttosto che Fantasy? Qual’è per te la differenza?

Ci vorrebbe un libro per rispondere a questa domanda. La fantascienza è più difficile da scrivere perché richiede tutti gli skills della fantasy più una buona conoscenza della scienza. La fantasy non corre il rischio che nuove tecnologie la facciano sembrare datata. Una località immaginaria sarà più sorprendente nella fantascienza dove è implicito che una cosa del genere potrebbe esistere davvero. Creazioni che le leggi della fisica non vogliono – mastodonti più alti dei grattacieli o fluttuanti castelli di ghiaccio – possono essere impiegati nella fantasy ma non nella FS. Entrambi hanno i loro vantaggi e difetti.

Fantasy e fantascienza sono entrambe difficili da scrivere perché devi essere capace di immaginare un mondo che non esiste e devi anche capire come funziona. È possibile scrivere un grande romanzo naturalistico senza capire come operi la natura focalizzandosi sulle vite della gente che non necessariamente capisce da sé tutto ciò. Ma se uno scrittore non ha messo un bel po’ di pensiero in questo suo mondo inventato, si sfalderà fra le mani del lettore.

Molti scrittori preferiscono uno stile piano, disadorno, per la loro fantascienza; di contro ad uno stile più elaborato per la loro fantasy. Io no. Ogni storia o romanzo trova il suo linguaggio, così non ci sono distinzioni di sorta. Le parole cozzano e si scontrano in modo da adattarsi al racconto.

C’è stata una collaborazione che ti ha particolarmente soddisfatto? Qualcuno con cui vorresti fortemente collaborare?

Sono state tutte ottime a modo loro. Ho imparato di più dalle collaborazioni con Gardner Dozois e Jack Dann; erano entrambi scrittori affermati mentre io iniziavo appena il mio percorso, così è stato incredibilmente prezioso vedere come elaboravano le loro magie. Allo stesso modo, quando ho scritto Duello con William Gibson, ho avuto modo di esaminare con molta attenzione le sue particolari virtù. E’ un finissimo scrittore, non solo su larga scala, ma nel modo in cui mette insieme le frasi. Sapevo che era un privilegio speciale anche all’epoca.

L’unica di cui vado più orgoglioso è stata la mia collaborazione postuma con Avram Davidson, Vergil Magus: King Without Country. Aveva lasciato una storia brillante ma impubblicabile, scritta nel suo stile più ornato e rococo, e sono stato in grado di svilupparla ed espanderla in modo da rendere evidenti le virtù di quello che aveva scritto. Quando è uscito, nessuno dei critici riusciva a dire quali parti erano sue e quali mie. Ciò è stato immensamente soddisfacente. Ma probabilmente la (collaborazione) più divertente è stata lavorare con Eileen Gunn su Zeppelin City. Ci son voluti anni per scrivere e abbiamo combattuto come fratello e sorella su come alcune sezioni dovevano andare – ma aveva marciapiedi mobili, cervelli giganti in vasetto, una coraggiosa ragazza inventore di nome Radio Jones, un pilota di ornitotteri suicida di nome Amelia Spindizzy… non si ha l’opportunità di scrivere roba del genere molto spesso.

C’è solo un autore che mi viene in mente fra quelli con cui avrei voluto con tutto il cuore collaborare e non sono riuscito. Ma poiché potrebbe ancora succedere, non dirò il nome.

Secondo te, cosa ha significato il “Cyberpunk” per la FS? Perché questo movimento è finito rapidamente?

Che io ricordi, nel movimento c’erano solo tre scrittori con serie prospettive – Pat Cadigan, che era punk; Bruce Sterling, che era cyber; e William Gibson, che era un fenomeno. Il loro lavoro era fresco e originale ed arrivò in un momento in cui sembrava che non ci fossero più idee nuove nella fantascienza. Così, ovviamente, tutti erano molto entusiasti di loro.

Tutti i movimenti letterari di qualsiasi importanza finiscono nel momento in cui il pubblico generale si accorge di loro. Perché tutta l’innovazione è già compiuta da loro. Quando il secondo libro di Gibson, Giù nel ciberspazio, uscì tutti i recensori tranne uno lo ritennero una delusione. Quell’unico recensore non aveva letto Neuromante, e dette al secondo libro l’entusiastica recensione che chiunque altro aveva dato al primo. Era, in effetti, un libro migliore per molti versi, ma non aveva sorpreso quelli che avevano letto Neuromante.

Vedi oggi movimenti o tendenze interessanti nella FS?

Non al momento, e probabilmente è meglio così. Molta gente ha buttato un sacco di tempo ed energie per diventare cyberpunk, senza capire che il pubblico di riferimento era già veramente stufo dell’etichetta. La miglior cosa che i nuovi scrittori possono fare è scrivere come loro stessi, senza imitare nessun altro. È ciò che fa Karen Joy Fowler, infatti il suo ultimo romanzo ha vinto il premio “PEN/Faulkner”. Kelly Link è un altro buon esempio – le sue storie sono diverse da qualsiasi altra cosa sia mai stata scritta, ed proprio questo che le rende di valore.

Che differenze ci sono nel clima letterario fra gli anni ‘Ottanta e oggi? Dove sta andando la FS?

Potrei essere la persona sbagliata a cui chiedere, poiché negli ‘Ottanta ero giovane e scrivevo in amicizia e competizione con i migliori fra i nuovi scrittori della decade. Ogni mese leggevo le riviste per vedere se fosse uscito qualcosa tipo Black Air di Kim Stanley Robinson o Mr. Boy di James Patrick Kelly – e se succedeva, correvo alla macchina da scrivere (questo accadeva prima degli home computers) per cercare di scrivere qualcosa di altrettanto buono ma completamente diverso. Eravamo tutti sconosciuti, o quasi, e stavamo facendoci un nome, insomma c’era un particolare entusiasmo per i tempi. E poi tutti noi tendiamo a romanticizzare la nostra giovinezza.

Il critico canadese John Clute ha una teoria secondo cui oggi fantascienza e fantasy stanno convergendo in un unico genere che chiama fantastika, un termine derivato da Russia e Scandinavia. Può darsi. Certamente, oggi vedo molta più enfasi sulla storia pura e meno sulle idee. (Inizialmente, era luogo comune definire la FS “la letteratura delle idee”, ma non sento più usare quel termine da molto tempo). Ma, se così fosse, è una tendenza che sto combattendo in tutti i modi. Questo probabilmente suona strano da uno la cui fantascienza spesso ha il sapore di fantasy e la cui fantasy spesso sa di fantascienza. Comunque, Gli dei di Mosca sta nel regno del possibile mentre I draghi di Babele in quello dell’impossibile. Si tratta di una distinzione importante e, credo, anche produttiva.

Raccontaci dei tuoi inizi. Chi ti ha inspirato a diventare scrittore?

Ero un bimbo di scienza, sempre perso fra microscopi e razzi o esperimenti chimici; ero assolutamente sicuro che da grande sarei diventato uno scienziato. Poi, più o meno simultaneamente durante il penultimo anno di liceo, lessi la trilogia de Il signore degli anelli e mio padre crollò con un inizio precoce di Alzheimer. Il primo fu un evento estatico che mi fece decidere di scrivere qualcosa di molto simile ai libri di Tolkien ma completamente diverso. Ma il secondo – osservare mio padre, probabilmente l’uomo migliore e la persona più decente che avessi conosciuto, perdere ogni traccia di identità – fu in retrospettiva ugualmente essenziale nel mio cambio di orientamento. Il trauma di quella esperienza mi cambiò, mi gettò in uno spazio mentale e spirituale diverso, e alla fine mi dette una sorta di visione interiore del mondo che mi rese necessario diventare uno scrittore.

C’è una storia che ancora non sei riuscito a scrivere?

Ce ne sono dozzine. Quand’ero adolescente, immaginai un ragazzo che guidava attraverso un’America spopolata, con una macchina in cui i suoi sensi erano stati integrati completamente così da non riuscire più a distinguere nettamente fra uomo e auto. Per qualche motivo, non riesco a trovare l’anima della storia e non credo sarà mai scritta. All’inizio degli anni ‘Ottanta ho scritto una storia chiamata Duello con l’allora sconosciuto William Gibson. Subito dopo, iniziai un’altra storia dal titolo Robot, per conservare una manciata di idee che aveva buttato fuori da Duello nella scrittura. Ha una grande apertura e qualche idea scoppiettante e ogni volta che penso non possa migliorare, riprende a vivere fra le mie mani. Un giorno forse lo capirò.

Ho controllato proprio adesso ed ho cinquanta storie non ancora finite nel mio computer, più un indefinito numero che esiste solo su carta. Alcune sono molto vecchie, alcune frammentarie, altre sono complete ma non ancora soddisfacenti. Ogni lavoro non ancora finito ha il suo unico difetto. Ogni tanto scopro di cosa c’è bisogno e ne finisco una, anni dopo che l’avevo iniziata. Due che avevo iniziato come romanzi si sono trasformate in storie brevi. Una che doveva essere una novella è diventata un lavoro da flash fiction che ho scritto su una maschera e appeso su un muro. Non si può mai dire quali andranno al maggese per sempre e quali germoglieranno improvvisamente alla vita. Ecco perché gli scrittori non dovrebbero mai buttar via nulla.

Cosa pensi degli autori FS non di lingua inglese? Ne conosci qualcuno che ti piace?

L’economia dell’editoria americana è tale che solo a una manciata di autori FS stranieri sono mai stati tradotti in inglese. Sono sempre consapevole di quanto sto perdendo essendo monolingua. In Finlandia c’è Johanna Sinisalo, la cui scrittura è nitida, incisiva e originale. Mi è piaciuto moltissimo Tokyo Doesn’t Love Us Anymore dello scrittore spagnolo Ray Loriga. Alcune delle opere di Victor Pelevin sono fantascienza, e io ne sono un grande fan. Il mio amico Zhao Haihong, che è cinese, ha pubblicato solo due storie in inglese ma sono tutte ottime e 1923 – a fantasy è probabilmente la miglior cosa che abbia letto l’anno scorso.

Se posso contare anche gli scrittori che non sono più tra noi, fra i miei preferiti incudo i fratelli Strugatsky, fantasisti come Mikhail Bulgakov e Gabriel Garcia Marquez, e ovviamente Italo Calvino, le cui storie in Cosmicomichee Ti con zero sono fantascienza, sebbene di una varietà strana. Ho una fantasia su di lui: che un giorno, a un cocktail party, sentendo qualcuno usare il termine “fantascienza” decise che avrebbe scritto qualcosa del genere; poi torna a casa per inventarsela da zero, senza riferimento a niente che chiunque altro avesse mai scritto prima. Probabilmente non è il modo in cui arrivò a scrivere quelle storie. Ma preferisco la mia versione.

I fatti del 2001 e 2008 (cioè l’attacco alle torri gemelle e la crisi economica) hanno cambiato qualcosa nel modo di scrivere FS? Qual’è stata la tua esperienza?

Non riuscivo a tenere il 9-11 fuori da I draghi di Babele, perché la Torre di Babele rappresentava chiaramente New York City, un posto che ho amato appassionatamente per tutta la vita, e l’attacco ha avuto un effetto enorme sulla città. Ma ho cercato di nascondere tale aspetto il più possibile poiché una generazione fa, nel 1970, ho visto l’effetto negativo che lo scandalo “Watergate” ha avuto sulla fantascienza, la fiacca narrativa che ha ispirato. Sembriamo fare un lavoro migliore scrivendo più sui disastri che non sono ancora avvenuti che su quelli accaduti. L’unica grande storia sul 9-11 che abbia visto è stata di gran lunga Only Partly Here di Lucius Shepard.

Il crollo finanziario ha causato una gran quantità di dolori e danni, ma non ha alterato molto la FS, d’altra parte depressioni e recessioni non sono nulla di nuovo. Sono arrivato a Philadelphia nel 1973 durante una crisi economica e sono stato molto vicino a morire di fame prima di trovare lavoro. Quindi i tempi difficili non mi spaventano. Neil Stephenson sostiene che la fantascienza è troppo oscura, troppo pessimista, troppo negativa in questi giorni e ha bisogno di tornare all’ottimismo della sua “Età dell’Oro”. Può essere vero, ed è dovuto in parte all’economia. Ma io penso che sia davvero difficile scrivere una storia di intrattenimento in cui niente va male, e poi una storia che finisce nella maniera più orribile che si possa immaginare sarà più sempre memorabile di una in cui la minaccia è scongiurata.

Personalmente, sono a fovore del positivo, narrativa ottimista, e ne scrivo quando posso. Ma su certi soggetti non si può essere ottimisti e onesti allo stesso tempo, ed io sto dalla parte della verità.

Riguardo ai tuoi progetti futuri? Cosa stai preparando per i tuoi lettori?

Ho appena finito Chasing the Phoenix, il secondo romanzo con le cronache delle avventure dei post-utopici truffatori Darger e Surplus (il primo è Gli dèi di Mosca); in questo, conquistano accidentalmente la Cina – non metaforicamente ma letteralmente, con le armi e il resto. Ma come sempre con loro, le cose non sono mai come sembrano. Sto per iniziare il mio terzo e finale romanzo sui draghi, quello che risponderà a tutte le domande suscitate dai primi due. Il mio titolo provvisorio è Mother of Dragons. Sembra strano lavorare a due serie di romanzi diverse, una dopo l’altra, visto che ho resistito a questa forma per tutta la mia carriera, fino a poco tempo fa. Ma l’immaginazione è un cavallo selvaggio. Ho capito come cavalcarlo. Ma non so dire dove andrà.

Ti vedremo qui in Italia?

Sono stato in Italia una sola volta, prima di diventare uno scrittore pubblicato, e mi piacerebbe molto tornarci un giorno. L’unica volta che ci son stato, mi piaceva tutto, tranne il traffico a Roma. Il che, mi hanno detto, significa che non dovrei andare a Napoli.

Non prevedo di tornarci nell’immediato, purtroppo. Ma lo farò un giorno. L’ho promesso a me stesso, e ugualmente posso prometterlo anche a voi.

 

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