Intervista a Giuseppe Lippi

Traduttore, giornalista, scrittore e saggista, Giuseppe Lippi è sicuramente uno dei più grandi esperti di letteratura fantastica. Noi appassionati di fantascienza leggiamo il suo nome su tutte le pubblicazioni di “Urania” ormai da più di vent’anni. Una carriera senza dubbio notevole, partita nel 1976 con la rivista “Robot” di Curtoni e la collaborazione al “Festival Internazionale del film di fantascienza” di Trieste. Rispondendo alle nostre domande con chiarezza e semplicità, ci racconta i suoi inizi in “Urania” svelandoci qualche interessante curiosità sulle prospettive dell’editoria di fantascienza.

Come inizia la storia di Giuseppe Lippi a Urania?

Comincia molto prima del 1989, quando la Mondadori ha avuto bisogno di un nuovo curatore. Infatti, lavoravo per il mio editore già dal 1980 e avevo curato le collezioni Oscar fantascienza, fantasy e horror sotto l’oculata direzione di Glauco Arneri e poi Ferruccio Parazzoli. A fine ’88, dopo quasi un decennio di proficua attività, è successo che nel contiguo settore dei romanzi da edicola si sia verificato un piccolo terremoto: Gianni Montanari, il curatore di Urania, è uscito di scena insieme all’ex-direttore responsabile Laura Grimaldi e al caporedattore Marco Tropea. L’intera redazione è stata rinnovata, fatta eccezione per Marzio Tosello che è stato promosso redattore capo, e per i grafici Nicola Giacchetti e Maria Lina Pirovano che erano in forza già da tempo. Gianfranco Orsi è stato nominato nuovo direttore responsabile, Stefano Di Marino è entrato come redattore a fianco di Tosello e io stesso ho assunto la cura delle collane periodiche di sf, fantasy e horror. Se non ricordo male, il nome del sottoscritto è apparso per la prima volta nel tamburino di Urania a febbraio del 1990.

Cosa hai dovuto cambiare appena arrivato? Si è trattato più di adeguare te stesso alla dimensione di Urania o l’opposto?

Ho dovuto adeguare me stesso, anche se ora mi rendo conto che mi sarebbe piaciuto svecchiare la grafica e avere più voce in capitolo su altri aspetti produttivi. In modo da marcare meglio il passaggio, se non altro.

A quali autori o anche opere sei particolarmente legato?

Gli autori della mia vita tornano costantemente nel lavoro che faccio. Negli Oscar ho tradotto o ripresentato scrittori come Fredric Brown, Fritz Leiber, Richard Matheson, Theodore Sturgeon, Robert Bloch, Isaac Asimov, H.P. Lovecraft e Robert E. Howard. Passando a Urania sono tornato su questi nomi, che a mio avviso meglio di altri mostrano il profondo legame che esiste tra sf e letteratura fantastica tout-court, e vi ho aggiunto Jack Finney, Shirley Jackson, Amanda Prantera, Valerio Evangelisti, John Crowley, Harlan Ellison, Greg Egan, Michael Swanwick, Bruce Sterling, Robert J. Sawyer… E’ stato come evolvermi insieme alla science fiction moderna.

Svelaci qualche curiosità: come è organizzata la tua giornata lavorativa?

Comincia con un’occhiata sospettosa alla scrivania di marmo su cui riposa, dopo una notte di aggiornamenti, il mio vecchio computer portatile. Guardo con affetto il bello studio al primo piano di casa, sfoglio qualcuno degli ultimi libri o fumetti e poi, con un sospiro, accendo il computer. Il sospetto, la reticenza e il pudore insiti nel dover intaccare una così bell’alba con mansioni lavorative è fugato; entro nel vivo della giornata, che però non esiste in quanto giornata-tipo, perché le esigenze del lavoro cambiano nell’arco del mese. Diciamo che entro la prima decade devo fornire quarte di copertina e indicazioni per l’illustratore, mentre erntro il 15-20 le chiusure dei fascicoli e cioè biografie, bibliografie, interviste e rubriche d’appendice. Ogni giorno devo leggere il blog per dare eventuali risposte in tempo reale; sbrigata la corrispondenza, passo a vagliare nuovi racconti, romanzi e recensioni. Bisogna tenere aggiornati i contatti con gli agenti e gli autori, fare le mie schede di lettura, risolvere eventuali problemi della redazione, eccetera. Tra gli eccetera ci sono le traduzioni o revisioni dei testi di cui mi occupo personalmente. In determinati momenti vado in questo o quel posto d’Italia a tenere dibattiti, incontri o conferenze. Ultimamente l’università si è interessata molto del nostro lavoro e sono stato a tenere “lezioni” a Varese, a Roma e alla Cattolica di Milano. Come ho accennato, comincio a lavorare verso le otto o al massimo le nove del mattino, interrompo a mezzogiorno e riprendo per alcune ore nel pomeriggio. Se posso, evito di lavorare fino a sera tardi.

Quale delle tue scelte editoriali non rifaresti con il senno di poi?

I libri del momento firmati magari da grossi nomi ma in sostanza di pura confezione: che so, Alien: dentro l’alveare di Robert Sheckley o i romanzi di Paul Preuss ispirati ai racconti di Arthur C. Clarke, come Nome in codice Sparta. Però allora eravamo un quattordicinale e avevamo fame di titioli, anche perché dovevamo rifornire non so più quante collane tra edicola e libreria.

Come nasce una scelta editoriale, ci puoi descrivere un po’ cosa avviene dietro le quinte?

Le quinte sono un paio di scaffali nella redazione di Segrate, da cui porto via con piacere le “chicche” quando arrivano, e che mi affretto a fare acquistare. A volte va in porto, a volte dobbiamo rinunciare per i costi troppo alti dei diritti. In genere, ho abbastanza chiaro il tipo di autore e di opera che mi convince a prima vista: originali raccolte di racconti, i romanzi dei nuovi autori, promettenti manoscritti italiani. Ma poi torno a casa, sfoglio le riviste, leggo le recensioni e la febbre sale: allora ordino personalmente i libri che mi incuriosiscono di più, li leggo, li valuto e con un po’ di fortuna cerchiamo di acquisirli. I limiti, come ho detto, sono i costi e la foliazione, cioè il numero di pagine. Raramente possiamo permetterci di superare certi sbarramenti. Ogni tanto i titoli escono direttamente dalla mia biblioteca, dalle mie passate esperienze di lettura: questo vale soprattutto nel caso di Urania Collezione. Complessivamente, giudichiamo adatte a Urania (uso il plurale perché a volte ci serviamo di lettori e collaboratori di fiducia) i più originali romanzi del presente, anche se complessi, purché ben raccontati e costruiti; le buone raccolte di racconti, meglio se in prospettiva – il meglio dell’anno, un tema o un autore in particolare, ecc. – e i classici meritevoli di una nuova edizione.

Come si colloca Urania, secondo te, nel panorama editoriale europeo della fantascienza?

Non mi risulta che esistano altri mensili di romanzi venduti in edicola, quindi da questo punto di vista dovremmo essere unici (a parte i “seriali” come Perry Rhodan in Germania). In Italia siamo l’unica collana di romanzi a periodicità fissa e venduta a un prezzo di cinque euro.

Cosa è cambiato nei gusti dei lettori da quanto sei il curatore? Se qualcosa è cambiato, quanto pensi sia merito delle vostre proposte editoriali?

Sono riapparsi i lettori giovani, anche se non in misura preponderante, e abbiamo ripreso una parte di lettrici. Oggi i giovani sono molto abituati al visuale e, al capo opposto, alla sfida intellettuale, al romanzo che dipinge un futuro credibile e magari polemico. Di qui il buon successo di un libro di grossa mole come Il fiume degli dei di Ian Macdonald, uscito l’estate scorsa e che si è venduto bene sia tra i super-aficionados che tra i neofiti. Meriti nostri? Forse l’aver continuato a credere in una proposta economica e conveniente come Urania, mentre il mercato puntava decisamente verso le edizioni librarie più costose (e-book a parte, s’intende…). La Mondadori è l’unico grande editore italiano che persegua con ostinazione i sentieri della letteratura popolare, non solo nei contenuti ma anche nei canali produttivi.

Perché non si riesce a fare una collana di sola fantascienza italiana?

Non si riesce o non si osa? Il rischio sarebbe forte e io credo che costituirebbe un discrimine al contrario. Una collana di soli italiani, inoltre, presupporrebbe di poter contare su otto, dieci o anche dodici romanzi convincenti all’anno, e non solo pubblicabili. Ci sarebbero tutti gli anni? Me lo domando.

Cosa pensi degli e-book? Che vantaggi ha tratto Urania dal formato elettronico?

Gli e-book vanno bene soprattutto per leggere romanzi, stando almeno alle attuali possibilità di formattazione. Urania ne ha tratto e ne trarrà interessanti vantaggi, ma per ora le cifre di vendita non sono paragonabili a quelle della carta.

È cambiato qualcosa con la crisi economica? Come ne ha risentito Urania?

La crisi ha stritolato l’editoria libraria e periodica, che tuttavia ha continuato a macinare tra spasimi e tormenti. Quando dico che ha continuato, non vuol dire che non siano stati chiesti pesanti sacrifici a chi lavora nel settore e forse anche al pubblico.

Quali sono le sfide che volete affrontare per l’immediato futuro?

Guarda, eviterei ogni tipo di retorica e concluderei: in un settore marginale, ma anche in uno di punta, dell’editoria la sfida è sempre la stessa. Durare. Noi di Urania siamo sulla breccia da sessant’anni e come tutti abbiamo il compito di sopravvivere per continuare a fare il nostro lavoro, al meglio delle possibilità e al netto dai sentimentalismi.

 

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