La torre aliena, di Paul J. McAuley

Dicono che una delle qualità proprie della fantascienza è il saper affrescare universi sterminati, epoche lontane, galassie in fermento e pianeti affascinanti e pieni di mistero. Il famoso “sense of wonder”, per intenderci. Dicono anche che questo sense of wonder sia diventato spesso latitante nelle opere più recenti, non in tutte certo, ma sicuramente in gran parte della più recente produzione del genere. Forse a causa del diverso orizzonte culturale rispetto alla metà del novecento, forse a causa della più cupa atmosfera che ha accompagnato l’inizio del millennio, o forse, magari anche solo in parte, a causa di un certo sdoganamento della fantascienza che, contaminandosi con altri generi e spesso diventando essa stessa mainstream, ha in alcuni casi perso quelle che erano i propri tratti distintivi.

E allora ecco che può essere utile andare a cercare nella fantascienza di un’altra epoca le prospettive e le emozioni che hanno fatto sognare gli appassionati del genere.
La Torre Aliena, dello scritto britannico Paul J. McAuley, è un romanzo affascinante, avventuroso, sognante e allo stesso tempo enigmatico. Pubblicato nel 1988 e tradotto in Italia nel 1989, nonostante sia passato solo un quarto di secolo, sembra parlarci da un’altra epoca. Un’epoca in cui le difficoltà e le minacce che l’umanità si trovava ad affrontare erano un trampolino di lancio, una sfida da abbracciare e da cui trarre nuove occasioni. Nonostante i toni spesso cupi del romanzo possiamo riconoscere un sospiro di fondo, un’anima mai doma, quel soffio vitale che è proprio degli individui, e delle specie, vive e affascinate dall’ignoto.
L’atmosfera del pianeta in cui si svolge la trama inebria il lettore come se fosse davvero sul posto, ad ammirarne i colori e le terre sterminate. La lentezza del romanzo, lungi dal rendere noioso lo scorrere delle pagine, è, invece, uno stimolo che accompagna il lettore, come a volerne cullare la lettura e sottolinearne gli aspetti riflessivi.

L’universo creato da McAuley è brutale, cinico, senza alcuna attenzione per la vita in qualunque sua forma, ma non per questo è meno affascinante.

 

Dalla quarta di copertina:

In un’epoca remotissima, una misteriosa razza aliena ha trasformato con un’immane opera d’ingegneria planetaria un mondo arido in un luogo adatto alla vita, mutandone le condizioni geologiche e climatiche, popolandolo con varietà di flora e di fauna raccolte da una dozzina di pianeti, erigendo inoltre sorprendenti costruzioni dall’ignota finalità, e infine sparendo senza lasciare traccia. È possibile però che si tratti delle stesse creature che gli umani designano come il Nemico, e contro le quali combattono una guerra logorante in un altro angolo dell’universo. Ma ora l’arrivo di una spedizione umana sembra improvvisamente risvegliare l’ecologia del pianeta, e con essa l’attività della torreggiante fortezza che s’innalza al centro di un vasto cratere, una labirintica costruzione di guglie e rampe ascendenti che sembra celare il sapere della razza di misteriosi artefici. Ed effettivamente una presenza aleggia sul pianeta, chiaramente percepita, anche se solo per un breve istante, da Dorthy Yoshida, una giovane astronoma aggregata alla spedizione in virtù del suo straordinario talento telepatico. Ma nonostante l’esame della fauna e dei reperti del pianeta rilanci in un crescendo di tensione nuove ipotesi sconvolgenti, ogni soluzione definitiva sembra però allontanarsi. Ma quando il contatto con una mente intelligente è nuovamente stabilito, Dorthy è certa che lei sola può arrivare al cuore del mistero, che è ben più di un appassionante caso di archeologia interstellare, e all’incontro con una civiltà il cui destino è intrecciato a quello dell’intero universo.
Un avvincente enigma di grande presa narrativa, che applica con grande rigore e freschezza inventiva i temi classici di antropologia aliena.

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