La barriera di Santaroga, di Frank Herbert

Frank Herbert è stato un scrittore di non semplice interpretazione. Conosciuto principalmente per il celeberrimo ciclo di Dune, è stato comunque autore di diversi altri romanzi importanti.

Herbert non è stato un maestro dell’avventura, le sue storie non erano viaggi nello spazio, bensì viaggi nella mente, nella psiche, viaggi nella società, nelle sue contraddizioni e nelle sue imperfezioni.
Già in Dune si percepisce come Herbert critichi la società occidentale, in particolare lo sfrenato consumismo e la ricerca della ricchezza materiale, l’oblio della componente spirituale. Questa critica non è mai evidente: è implicita però nella storia, nella trama, nei pensieri dei protagonisti che Herbert si prodiga di comunicarci. Una caratteristica distintiva dell’autore statunitense è stata infatti quella di narrare i pensieri dei suoi protagonisti, metterne a nudo la psiche, tanto che spesso il lettore conosce lo svolgere della trama non da fatti effettivamente raccontati nello svolgersi delle vicende, quanto invece dalle riflessioni private dei protagonisti.
La barriera di Stantaroga è un romanzo pubblicato nel 1968, tre anni dopo il ben più celebrato Dune. Pubblicato in Italia nella collana Cosmo Argento nel 1988, narra le vicende di Gilbert Dasein, giovane psicologo, assoldato da un gruppo di affaristi allo scopo di scoprire il mistero della cittadina di Santaroga. Essa infatti appare come isolata dal resto dell’America, e agli occhi dei visitatori sembra quasi un ultimo avamposto dell’America che fu, richiamando alla mente le cittadine di provincia degli anni ’40.

Nelle sue indagini Dasein si scontra però con l’ostracismo degli abitanti, che, a tratti apertamente ostili, a tratti invece gentili e affabili, sembrano una solida barriera contro tutto ciò che è “esterno” alla loro comunità. A complicare la storia vi è anche la figura di Jenny, vecchia fiamma di Gilbert, che però non lo ha mai dimenticato e che anzi ha sperato per tanto tempo che il nostro protagonista tornasse a trovarla.
Cominciano però a capitare piccoli incidenti, che spaventeranno Dasein, al punto che egli tenterà di fuggire dalla valle, ma…
Come nella migliore tradizione di Herbert anche in questo romanzo troviamo una critica, sottile ma evidente, al materialismo e all’ansia di ricchezza tipico della realtà americana. In questo senso la cittadina di Santaroga si pone come un baluardo a difesa della autentica umanità, che rischia di estinguersi di fronte alle leggi imperanti della società esterna. Il segreto però della comunità è una droga di origine fungina che fornisce un ampliamento della coscienza che permette a chi ne fa uso, non senza qualche rischio, di estendere le proprie facoltà empatiche, di rendere più profonda la propria consapevolezza e costituisce una sorta di ponte telepatico fra i membri della comunità.
La particolarità di questo romanzo è però la capacità di Herbert di offrire sì una alternativa alla società americana, ma di non presentarla come se fosse il paradiso. Rimangono infatti insoluti diversi dubbi, non ultimo il dilemma che sia l’uomo a controllare la sostanza e non la sostanza a controllare l’uomo, come si evince dalla paure e dai dubbi di Gilbert anche sul finire della vicenda.
Forse risulta a tratti pesante il continuo battibecco fra Gilbert e il medico della comunità, e rimane l’impressione che Herbert avrebbe potuto accorciare certe parti del romanzo senza renderlo per questo meno godibile, anzi. Questo però non toglie che il romanzo rimanga una agile lettura, che offre pure un interessante spunto di riflessione, lasciando al lettore il giudizio e la scelta, trattando comunque il tema sempre vivo e fondamentale del rapporto fra libertà e felicità, e su quanto sia sacrificabile l’una nella ricerca dell’altra, e viceversa.

 

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