Solo il mimo canta al limitare del bosco, di Walter Tevis

E, per rimanere in tema di distopie, ecco un romanzo cui sono particolarmente affezionato e che portai personalmente alla Nord (sulla collana Narrativa d’Anticipazione; ristampato poi come Futuro in trance sugli Oscar e su Urania Collezione) nel 1983. Vincitore del premio Nebula nel 1980, questo romanzo rimane, a mio modesto parere, il vero capolavoro di Walter Tevis, autore anche de L’uomo che cadde sulla Terra e Lo spaccone. E’ triste ricordare che questo grande scrittore, mai abbastanza apprezzato da critica e pubblico, scomparve per una crisi cardiaca (ma aveva da  tempo un tumore ai polmoni) nel 1984, a soli 56 anni.

Walter Tevis, professore di letteratura inglese alla università dell’Ohio, non era certo uno scrittore molto prolifico. La sua produzione fantascientifica, iniziata nel 1957 con il racconto «The Ifth of Oofth» (La seezza della quasità, apparso su «Galaxy»), consta di una manciata di racconti e di due romanzi: il celeberrimo «The Man who Fell to Earth» (1963), portato con grande successo sullo schermo dal regista Nicholas Roeg, e questo «Mockingbird», uscito nel 1980, considerato un classico dell’utopia negativa.

Nonostante questa sua scarsa propensione per la letteratura «attiva», Tevis era indubbiamente uno scrittore molto valido e molto dotato: lo stanno a testimoniare i suoi racconti, tutti molto piacevoli e apprezzabili, che sono stati raccolti dalla casa editrice americana Doubleday nell’antologia «Far from Home», e soprattutto i due romanzi, due splendide opere che sono già entrate nella storia della sf.

«The Man who fell to Earth» (L’uomo che cadde sulla Terra), celebre anche per la bellissima interpretazione cinematografica del cantante rock David Bowie, narrava la storia di un alieno arrivato sulla Terra, (probabilmente) dal vicino Marte, nel tentativo di ottenere un aiuto da parte dell’umanità per la sua razza morente. Divenuto umano fisicamente ed emotivamente quanto gli è permesso dalla sua elevata tecnologia e dai suoi enormi poteri empatici, l’alieno prova a ricostruire un’astronave che possa riportarlo al suo pianeta, ma l’ostile risposta xenofoba dell’umanità, che dovrà affrontare al momento di rivelare se stesso e il suo scopo, gli sarà impossibile da sopportare. Narrato con una prosa semplice ed efficace, composta e contenuta, che nasconde quasi la rabbia e l’amarezza della condizione dell’alieno, «The Man who Fell to Earth» rimane uno dei romanzi più significativi della fantascienza degli anni sessanta. Con sottile maestria Tevis vi anatomizza la condizione dello «straniero», un po’ alla maniera di Camus, condannando in maniera quieta ma inequivocabile la politica inumana della società tecnologica moderna, che respinge tutti coloro che non sono in grado di integrarsi nel sistema o di accettarne le regole implicite. È interessante notare come la figura del protagonista, Thomas Jerome Newton, sia resa eccezionalmente bene nella versione cinematografica da David Bowie, con la sua incredibile figura androgina e il suo fragile pathos umano.

In questo splendido «Mockingbird», scritto a quasi vent’anni di distanza da« L’uomo che cadde sulla Terra», ritroviamo la stessa prosa composta e lo stesso tema di fondo, anche se la storia e l’ambientazione sono completamente diverse. Siamo in un’America futura dove tutti i lavori e tutte le responsabilità sono stati affidati ai robot, mentre la razza umana, confortata dalle droghe e dalle tecniche di isolamento, coltiva l’apatia. Drogati e cullati da stimoli di beatitudine elettronica, gli esseri umani vagano in questo mondo, dove il sesso rapido e disimpegnato è la cosa più in voga; dove la gente preferisce «bruciarsi viva» a un’esistenza normale, dove le emozioni e le abilità si vanno atrofizzando. Perfino la produzione e la manutenzione dell’automazione sono neglette. Le arti letterarie sono state tanto scoraggiate che ormai sono praticamente scomparse, ma uno dei tre protagonisti, Paul Bentley, è riuscito a imparare, da solo, a leggere. Paul è incapace di comprendere la natura di questa abilità, il suo potenziale valore sovversivo in questa civiltà stagnante e decadente; il suo carattere placido e tranquillo non lo spinge certo alla rivolta contro la società totalitaria. Sono i suoi dubbi, più che Il suo comportamento, a farne un possibile ribelle, e sarà fondamentale l’incontro con Mary Lou, una ragazza molto meno conformista di lui, per il risveglio della sua coscienza. Accanto a loro si muove la figura di Robert Spofforth, decano dell’università di New York, robot perfezionatissimo, anzi androide perfezionatissimo, con schemi cerebrali copiati da quelli di un ingegnere cibernetico morto ormai da moltissimo tempo. Asessuato e immortale, Spofforth è condannato a un’esistenza di frustrazione: la sua condizione, umana e «aliena» al tempo stesso, ne fa un eterno infelice, ossessionato da desideri umani, come l’amore e la voglia di morire, che la sua natura non gli consente di soddisfare.

Ricompare dunque, anche qui, l’esame della condizione umana, della condizione alienata dell’uomo nella società delle macchine, che era già presente nel precedente «The Man who Fell to Earth». Assieme a questo tema abbiamo lo studio dell’antiutopia. È facile riconoscere i vecchi, noti accenti contro la società umana che ha abbandonato tutti i veri valori individuali (la libertà, il contatto interpersonale, le stesse emozioni umane), abdicando in favore delle macchine, accenti già presenti nel classico «The Machine Stpos Stops»[1] di E.M. Forster. E ancora non è difficile distinguere certi riferimenti alla Diaspar, la città futura del celeberrimo «The City and the Stars» di Arthur Clarke, o certi accorati toni a favore della riscoperta della lettura, del culto della parola scritta, che erano alla base di un altro classico dell’utopia negativa, quel «Farhenheit 451» che rimane a mio avviso il capolavoro di Ray Bradbury.

La vicenda narrata da Tevis segue le regole del romanzo antiutopistico, della critica sociale descritta da Bradbury e da Orwell in «1984»; alla ribellione dell’eroe fa seguito l’esilio, la scoperta della propria forza, la piena cognizione dei propri poteri attraverso la sofferenza, e infine la demolizione della società tirannica e l’instaurazione del nuovo ordine. Tevis tuttavia riesce a nobilitare cliché vecchi come il cucco con Il suo stile tranquillo e composto ma sempre pieno di pathos, di un accorato senso dell’umanità: la sua descrizione di questo mondo futuro è quieta e affascinante, credibile e corposa, e l’idillio di Paul e Mary Lou si distacca da tante stereotipate storie d’amore che compaiono nelle opere della sf moderna per le profonde, vibranti note d’angoscia da cui è permeato. Un romanzo, questo di Tevis, che celebra la gioia struggente della vita e dell’amore, la forza della speranza e che, soprattutto, trabocca di fiducia nelle capacità dell’uomo e nella magia della parola scrìtta: la morale che sta alla base è forse vecchia, ma sempre oltremodo valida.

 

[1]    Vedi «La macchina», nell’antologia «Robotica» (Grandi Opere Nord).

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